I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

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Nichilisti* che sognano di essere famosi come Vasco Brondi

Sei un ragazzetto viziato, che per la sindrome di accettazione nel gruppo ha i sensi di colpa per le ricchezze dei padri, e come remissione di esse, poiché le COLPE dei padri ricadono sui figli, cerchi disperatamente di aggrapparti a miti che tutti conoscono e che tu con tanta impegnata costanza spacci per alternativismo. Sì, colpe, perché negli ambienti verso cui sei portato a implorare con servilismo l’accettazione e un basso surrogato di amicizia, la ricchezza è considerata una colpa, perché incarna il principale esempio di ciò che ti ha sempre tenuto in vita, mandato a scuola e fatto uscire la sera a bere qualche drink con tanto ghiaccio e tanto alcool, e quindi così come nella psicanalisi il figlio deve uccidere il padre per cercare di trovare un senso e consolidare il proprio “io”, così tu, che sei praticamente stato cresciuto dal e nel denaro, trovi in esso il padre contro cui schierarti, protraendo ai quasi 20 anni quello che normalmente accade a 16 anni (anche se, bisogna ammetterlo, su questo potresti avere ragione, se fossi abbastanza intelligente da dirlo, che le tv series americane hanno protratto l’adolescenza un po’ di tutti, ma questo solo perché in genere gli attori che impersonano i 15enni hanno più di 20 anni).

Condanni il capitale perché non sei in grado di accettare che senza quei quattro drink che offri e quelle bretelle che ostenti probabilmente non toccheresti quelle ragazzette di cui poi racconti grandi romanzi erotici agli amici per suscitarne l’invidia, o che racconti a te stesso per suscitarti un po’ d’orgoglio, sperando di ridurre il rancore, il disprezzo e l’insicurezza che tu tanto esistenzialisticamente ti ostini a chiamare “vuoto interiore” o “male di vivere”, come un poeta che di guerre mondiali ne ha viste due, e non intendeva certo una “mancanza di like” alle proprie foto su facebook quando ne parlava. 

Dici di guardare alle filosofie orientali per giustificare il basso voto in filosofia al liceo, o più probabilmente per non aver studiato filosofia alle superiori, come ribrezzo a una sciocca forma di sudditanza culturale che col tuo comportamento tu stesso fai di tutto per confermare e cementificare, e perché Nietzsche e Schopenhauer, gli unici filosofi che tu abbia letto (perché Adelphi ne vende libriccini sottili sottili ed esteticamente molto simpatici da avere in libreria), dicono alla lontana di rifarsi alle filosofie orientali, ma solo perché nell’Ottocento c’era un forte orientalismo, ma soprattutto prima avevano studiato tutta la filosofia Occidentale, che, ti informo nel caso non lo sapessi, è andata avanti ed è sopravvissuta anche dopo di loro. Perfino quella cattolica, sì, i cui valori son per te così forti, che la tua unica voce per respingerla si perde fra una bestemmia detta con un ghigno, invece che con un sorriso.

Giri coi ragazzi che hanno i tuoi stessi soldi in tasca, forse appena meno, per apparire il brillante illuminato che a maggior ragione non fa distinzioni di censo, come se nel mondo civile ci fosse davvero ancora qualcuno che fa distinzione di censo, ma è evidentemente quello che credi avvenga nel mondo ideale che così duramente persegui a combattere, per dare entità e dignità d’esistenza al mondo ideale cui dici di appartenere.

Ma la verità è che senza le menzogne che costruisci “sui tuoi nemici”, non ti resterebbero che quattro povere e misere verità su te stesso, che sei un ragazzetto che probabilmente in terza media la più bella della classe non si filava, come tanti, come tutti.

 

“Allora invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un po’ per il… in giro. O no?”

*”Nichilisti coi cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi” diventava oggettivamente lungo.

 

 

Andrea Inversini

Confused libertarians sulla politica estera

Quando le questioni di politica estera sembrano nascondere sotto il tappeto i giganteschi problemi che il nostro paese deve affrontare in campo economico, ecco che noi liberali mostriamo tutta la nostra inadeguatezza dinanzi agli scenari geopolitici e al ruolo che dovrebbe avere il nostro Paese sullo scacchiere internazionale.
Inizia la guerra delle fazioni: i liberali pro Putin e i liberali pro Stati Uniti; i liberali pro Israele e i liberali pro Palestinesi (non ne ho mai visti, ma presumo che ci siano, non foss’altro per l’insopprimibile voglia di distinguersi dal gregge). E, ovviamente, come ogni tifoseria che si rispetti, le argomentazioni sono per lo piu’ scadenti e del tipo: ” Gli US sono un faro di liberta’ e democrazia, Putin e’ un dittatore che non rispetta i diritti umani, quindi Ucraina libera” e altre stupidaggini di questo tenore. Non che gli USA non siano un faro di liberta’ e democrazia e Putin non sia un dittatore, ma da queste affermazioni non consegue “Ucraina libera” e non consegue nemmeno la legittimita’ di sanzioni francamente ridicole e che non fanno altro che esasperare il confront0.
Non mi voglio dilungare e quindi non vi diro’ quali siano le mie idee in merito a questi temi che decidono alcuni equilibri su base regionale e non mondiale. Pero’ vorrei provare a punzecchiare gli amici liberali su un punto: dopo aver fatto tutti i discorsi su cosa conviene agli US o alla Russia o a Israele, possiamo per favore concentrarci su cosa converrebbe fare al nostro paese? Il suo ruolo deve essere sempre forzatamente appiattito agli interessi di altre potenze (anche contro i nostri interessi) o, in un mondo che sembra destinato a diventare sempre piu’ multipolare, ha senso chiedersi che ruolo potrebbe giocare a livello europeo e mediterraneo? europe2

Nicolo’ Bragazza

Hanno ucciso chi?

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Vi siete fatti fuori con le vostre mani, nonostante i soldi dei contribuenti, ma continuate imperterriti a fare gli straccioni.  Siete ancora ed oggi come sempre dei pover-acci, e basta! Nicolo’ Bragazza

L’announo dello sconforto

“Anche il furto e la rapina sono vietati, ma si fanno lo stesso. Non per questo non vanno vietati.” 
Il sen. Carlo Giovanardi ieri sera in uno slancio aristotelico

Ieri, in quello splendido spaccato del mitologico “paese reale” che sono i programmi in prima serata su La7, si è svolto un epico quanto maldestro duello sul tema della legalizzazione delle droghe leggere. Punte di diamante dell’arena fior fior di intellettuali d’assalto quali il rapper Fedez, il senatore Giovanardi e la sua proverbiale apertura mentale a traino e il (a quanto pare) rapper ed ex pusher romano Chicoria (si pronuncia “Cicoria”, la h è muta come la D di Django). A contorno il solito gruppo di ragazzi che non riescono ad intervenire per più di 40 secondi a testa, e talvolta è forse un bene.

Una serata assolutamente imperdibile, insomma.

Announo

Nel variegato spettro di interventi ed opinioni e invettive à la barsport che è stato sfoderato non ci si è mai distaccati dai punti cardinali che seguono e che riassumerò, in nome dell’efficacia espositiva, con delle utilmente violente semplificazioni. Potete divertirvi a casa provando a indovinare chi ha sostenuto cosa.

  1. Non è necessaria nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti, tutto dev’essere illegale e perseguito;
  2. È necessaria una distinzione, mettiamo fuori legge quelle pesanti perché fanno molto male, legalizziamo quelle leggere;
  3. Legalizziamo tutto.

Ora, rimuoviamo il punto uno perché francamente poco interessante, e analizziamo i punti due e tre e le loro comuni motivazioni. È emerso che legalizzare è bello perché:

  • aiuta la lotta alle mafie;
  • configurerebbe un aumento delle entrate statali;
  • anche alcool e sigarette sono dannose ma legali, quindi serve un discorso di coerenza;
  • l’erba non fa male;
  • con la canapa si fanno una marea di cose oltre agli spinelli.

Questo è, più o meno, il quadro. Se ho dimenticato qualcosa, penso di poter dire che fosse realmente irrilevante o minoritario nello spettro delle argomentazioni.

Beh? Notato qualcosa? Manca niente?

Ebbene, non c’è stato un intervento, tra circa 25 persone in studio, che abbia sottolineato -in modo chiaro- che il proibizionismo è un atto contestabile in quanto espressione di una limitazione della libertà individuale, operato peraltro nel nome non si sa bene di cosa. Chi si è espresso a favore della legalizzazione l’ha sempre fatto in un’ottica di opportunità, e mai di convinzione ideologica, di indirizzo politico: nessuno si è fatto carico del fardello di affermare con forza che si deve essere liberi di scegliere. Anche di farsi del male, come nel caso delle droghe.

La legalizzazione delle droghe (leggere o pesanti che siano) non è un intervento che si può fare dall’oggi al domani, e la discussione delle cautele del caso è lunga, complessa e doverosa. Ma una speculazione intellettuale (se mi passate il termine) sull’arroganza di uno stato patrigno che obbliga le persone a scegliere (o non scegliere) sarebbe stata doverosa, in quel contesto. E, che sia beninteso, ogni salvaguardia alla libertà altrui deve rimanere solidamente in piedi: come non si può guidare ubriachi, ad esempio, non si può guidare dopo aver fumato erba. I discorsi di opportunità economica e sociale, i fatti lampanti e cristallini che testimoniano che il proibizionismo è un approccio fallimentare al problema delle droghe (tendenzialmente è un approccio fallimentare a un sacco di problemi) sono punti veri, fermi, che esistono, ma che coesistono con un’idea di società libera -e di responsabilità individuale- che ieri non si è vista neanche col binocolo.

Un quadro vagamente sconfortante, non vi pare?

Tad A.

PS: temo non ci sia dato sapere che straminchia c’entrasse, in una trasmissione incentrata su questi temi, l’omelia di Travaglio su Renzi e il renzismo. Ma tant’è, e ce la siamo dovuti sorbire, un po’ perplessi.

Fassineide e altre nebulose economiche

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Mi illumino da solo

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La Magna Charta (straccia) del contribuente italiano e i cattivi maestri

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