E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

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I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

Si parla di Islam ed è subito pomeriggio 5

“Togliamo la cittadinanza e/o arrestiamo quelli che sono andati a combattere in Siria”

Questo è uno dei mantra ripetuti in questi giorni. Semplice, diretto e non può che trovare tutti d’accordo: nessuno vorrebbe avere a che fare con qualcuno che ha imbracciato Kalashnikov combattendo fianco a fianco con i tagliagole dell’ISIS.
In quella frase ci sono tutti gli ingredienti, quindi, per ispirare il contenuto di qualche legge che, sicuramente, verrebbe approvata in tutta fretta per mostrare la risposta rapida e muscolare del nostro governo.

Non è una sparata o la boutade del giorno: quelli che affermano questo fanno un discorso molto pericoloso di cui non comprendono appieno gli effetti.
La possibilità di revocare la cittadinanza per un qualche tipo di reato (non esiste il reato di “viaggio per combattere al fianco di tagliagole”) è la morte di quel tipo di stato che pone la libertà e i diritti individuali come argine all’arbitrio dell’elité dominante. Se si levasse la cittadinanza a quei cittadini che partono per la Siria, si creerebbe un precedente pericolosissimo: il godimento dei diritti politici verrebbe legato ad una condotta. Qual è il confine tra condotte che garantiscono il godimento dei diritti politici e quelle che non lo garantiscono? A questo punto, chiaramente, il confine diventa esclusivamente di natura politica e, in quanto tale, arbitrario. Situazioni contingenti produrrebbero conseguenze di cui è davvero impossibile prevedere gli esiti e questo risulterebbe in contraddizione con la natura di uno stato liberale, dove l’obiettivo è anche la minimizzazione dell’incertezza prodotta dall’arbitrio.

Allo stesso modo è necessario criticare aspramente chi propone l’arresto immediato per chi torna dalla Siria. Quale sarebbe il reato contestato e quali sarebbero le prove? E’ necessario rispondere anche a queste domande  se si vogliono tutelare i diritti individuali e le garanzie che la legge pone per difendersi dai soprusi. Non tutelarli per una situazione contingente crea un precedente. Quale sarà la prossima emergenza da affrontare e quanti diritti violeremo per farvi fronte? Non lo sappiamo e tremo all’idea.

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P.S.
1) Esistono altri metodi di carattere eccezionale che possono essere utilizzati in situazioni eccezionali, come la sorveglianza da parte dei servizi di intelligence, che è per sua natura mirata e che tende a minimizzare l’intrusione nei diritti individuali della comunità, che verrebbero ridotti nel caso si ricorresse alla produzione di leggi ad hoc che hanno sempre carattere generale.

2) il titolo è una citazione.

Nicolò Bragazza

Thinking before Re-thinking

A seguito del nostro articolo “Post-Crash, la Matematica non è un Reato”, critico su uno degli aspetti della proposta complessiva delle varie sigle sostenitrici di quello che chiameremo (non senza ironia) “pluralismo” nelle scienze sociali, su  Pagina99 e’ comparsa una risposta che attacca il BocconianoLiberale a tutto campo “Quello che il Bocconiano Liberale non capisce”.

 

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Tra le altre cose, in chiusura si dice che siamo dogmatici in tutto perchè dichiariamo di essere ideologici. Purtroppo questa conclusione non rende giustizia al resto del pezzo, contenente anche diversi spunti interessanti e ben scritto. Dichiarare di essere ideologici e’ un atto di onesta’ intellettuale, dal momento che
tutti possiedono una (parziale) visione del mondo. Anche gli amici di Rethinking Economics hanno, sicuramente, una visione del mondo parziale, ma preliminarmente al dibattito che essi vogliono stimolare e’ utile ricordare che l’approccio scientifico ai problemi presuppone esattamente uno sforzo, da parte di chi li affronta, a farlo in maniera il più possibile distaccata.

Il “metodo neoclassico” criticato dai pluralisti non corrisponde a nessun metodo particolare per chi lo adotta, se non alla tendenza a separare i fatti dalle prese di posizione, l’analisi positiva da quella normativa, le premesse dalle conclusioni, sopratutto quando le seconde non sono quelle che le proprie preferenze porterebbero a gradire di più. In questo senso esso non ha alcun portato ideologico, a differenza delle scuole “alternative” che si vorrebbe porre sullo stesso piano dell’economia mainstream.

Perchè chi si dice ideologicamente liberale, allora, difende una metodologia il cui principale vantaggio, proprio secondo chi la difende, e’ l’essere a-valutativa, neutrale rispetto ai valori?

Conoscere per deliberare, diceva qualcuno. Sforzarsi di mettere le proprie opinioni alla prova dei fatti, e non usarle come una clava, aggiungeremmo noi. Senza per questo affermare che le posizioni politiche debbano prescindere da considerazioni di natura valoriale, ovviamente: e li’ sta il rifiuto del principio efficientista e tecnocratico che lo stesso Fraccaroli poteva rintracciare nella auto-descrizione che ha avuto la perizia di leggere.

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Veniamo al contributo apparso su Pagina99 circa la matematica: il punto non e’ distinguere tra argomenti qualitativi e quantitativi, e ne diamo atto al Fraccaroli, ma utilizzare un linguaggio che evidenzi chiaramente ogni passaggio logico, ogni argomentazione, la conseguenza di ogni ipotesi – accade che il linguaggio matematico serva meglio d’altri allo scopo. Chi alla matematica non e’ nuovo sa bene che l’economia non usa solo l’analisi, il calcolo delle probabilità e la statistica inferenziale, ma ha ormai acquisito strumenti della logica, della teoria degli insiemi, della teoria della misura, etc. : si tratta di attrezzi utili non a “quantificare”, ma a spiegare in maniera priva di ambiguità quanto si ha da dire.

Certo, ogni linguaggio ha i suoi limiti, ma opporsi alla matematizzazione con l’argomento che questa implichi un restringimento dell’analisi alle sole questioni quantitative significa non avere idea di ciò’ di cui si sta discutendo. Ma l’attacco di Rethinking Economics e’ piu’ generale, come si conviene a ogni progetto ambizioso: essi richiedono “un’apertura dell’insegnamento verso altri approcci teorici, atri approcci metodologici e altre discipline sociali ed umanistiche, senza le quali (sic) l’economia non può fare a meno”. Non “contro” la matematica e la modellistica, ma a favore di un “affiancamento” di altre metodologie.

Si tratta di un fenomeno carsico, quello dell’attacco alla torre del pensiero mainstream, con la solita accusa di dogmatismo e chiusura, che e’ ricomparso cosi’ spesso da aver ormai esaurito quasi tutte le cartucce. E’ un peccato dover segnalare ai pluralisti se da un lato essi cercano di combattere una battaglia senza senso perché già vinta, dall’altra nel farlo rendono evidente il tentativo di riportare in auge teorie scartate nel processo evolutivo della scienza economica.
Se l’obiettivo e’ aprire l’economia neoclassica a contributi provenienti da altre scuole e altre discipline, l’invito arriva tardi: già nel 1974 veniva assegnato un premio Nobel ad Hayek, non certo un economista mainstream. I contributi di Hayek sono stati esaminati, analizzati e digeriti dalla teoria mainstream. Questo non e’ accaduto solo con Hayek, ma e’ un processo continuo: Thomas Schelling ha vinto il Nobel nel 2005: facile notare i punti di contatto tra il lavoro di Schelling, il lavoro di Kenneth Waltz e altri studiosi delle Relazioni Internazionali; anche Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North hanno vinto il Nobel, e il loro lavoro (“istituzionalista”) e’ ampiamente citato in vari ambiti della letteratura mainstream. Negli ultimi anni ha acquisito una certa notorietà anche il lavoro di Daniel Kahnemahn, altro premio Nobel: parecchio strana, questa dogmatica teoria mainstream che assume tutti perfettamente razionali e poi riesce a valorizzare i contributi di un intero filone (behavioural, per non dire della letteratura di decision theory) basato sull’abbandono dell’ipotesi di razionalita’. L’economia si e’ cosi’ aperta al contributo di psicologi, scienziati politici, sociologi, politologi, storici: studiosi come Joachim Voth o Avner Greif rappresentano una lettura indispensabile per molti economisti.
Insomma, se gli amici di Rethinking Economics chiedono l’apertura, forse discutono dell’economia del 1960. Nel 2014, la loro battaglia e’ gia’ vinta. Ma allora, come si diceva sopra, forse l’obiettivo era un altro. Pur dicendosi pluralisti, vogliono, in fondo, una disciplina più ideologizzata nel metodo d’indagine, basata su scuole schierate in base a opposti dogmatismi. Parlano, non a caso, di aprire a metodologie che già da sole sono accompagnate da una etichetta che ne definisce premesse, conclusioni e scopi.

Appelli come quello che leggiamo sono diventati popolari non dimostrando i problemi dell’economia neoclassica (o dell’assunto metodologico che sostiene il mainstream), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei contributi si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. In un articolo di quasi due anni fa, Alberto Bisin scriveva che non e’ corretto affermare che non vi sia “distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto (…). È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni: gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi”.
Pur consapevoli che lo stato attuale della scienza economica, nonostante non possa vantare unicamente successi, e’ tale da permettere aggiustamenti anche sostanziali nel modo di affrontare i problemi, coloro i quali definiscono se stessi pluralisti sembrano tradire da subito l’intenzione di diventare molto più ortodossi e dogmatici nel caso in cui dovessero per caso diventare egemoni. Tra gli approcci da rivalutare compaiono cosi’ il keynesismo pre-1980, nonostante il suo superamento non sia stato un accidente, ma dovuto all’emergere di problemi teorici profondi nella teoria mainstream precedente alla rivoluzione delle rational expectations. Bisogna anzi dire chiaramente che, in un mondo come quello propostoci da chi si definisce pluralista, un cambiamento di paradigma poderoso come quello avvenuto a cavallo dei primi anni ’80 sarebbe impossibile: ogni critica verrebbe etichettata come un prodotto di scuola, ogni argomento diventerebbe oggetto di battaglia di parte.
Torniamo al punto di partenza, allora: noi siamo liberali, e lo rivendichiamo. Questo implica pero’ che riteniamo che l’accademia debba essere libera da oscene balcanizzazioni.

Crediamo nell’autonomia individuale e nell’insegnamento libero.

Non crediamo per questo che l’economia oggi sia insegnata sempre nel modo migliore: forse si potrebbe stimolare di più il pensiero critico riducendo l’importanza delle lezioni frontali e aumentando il peso della produzione autonoma dello studente, forse si potrebbe strutturare in modo più intelligente il passaggio attraverso la modellizzazione, l’inferenza, il rapporto coi dati.
Aprire alle “eterodossie” significa, d’altra parte, privare l’economia di uno dei suoi grandi privilegi: un linguaggio comune a chi parte da premesse valoriali molto distanti, in grado di permettere a chiunque di verificare, comprendere e contestare le affermazioni che legge, senza per questo dover etichettare o essere etichettato. Questo gli amici di Rethinking Economics non lo capiscono, o forse lo capiscono, e hanno cosi’ poca fiducia della sostenibilità delle proprie proposte da preferire un mondo in cui ci si urla addosso a un mondo in cui le opinioni vengono pesate per quello che sono, e non in base all’appartenenza di chi le presenta o all’etichetta ideologica di comodo attribuita da chi le contesta.

Studenti Bocconiani Liberali – Milton Friedman Society


Confused libertarians sulla politica estera

Quando le questioni di politica estera sembrano nascondere sotto il tappeto i giganteschi problemi che il nostro paese deve affrontare in campo economico, ecco che noi liberali mostriamo tutta la nostra inadeguatezza dinanzi agli scenari geopolitici e al ruolo che dovrebbe avere il nostro Paese sullo scacchiere internazionale.
Inizia la guerra delle fazioni: i liberali pro Putin e i liberali pro Stati Uniti; i liberali pro Israele e i liberali pro Palestinesi (non ne ho mai visti, ma presumo che ci siano, non foss’altro per l’insopprimibile voglia di distinguersi dal gregge). E, ovviamente, come ogni tifoseria che si rispetti, le argomentazioni sono per lo piu’ scadenti e del tipo: ” Gli US sono un faro di liberta’ e democrazia, Putin e’ un dittatore che non rispetta i diritti umani, quindi Ucraina libera” e altre stupidaggini di questo tenore. Non che gli USA non siano un faro di liberta’ e democrazia e Putin non sia un dittatore, ma da queste affermazioni non consegue “Ucraina libera” e non consegue nemmeno la legittimita’ di sanzioni francamente ridicole e che non fanno altro che esasperare il confront0.
Non mi voglio dilungare e quindi non vi diro’ quali siano le mie idee in merito a questi temi che decidono alcuni equilibri su base regionale e non mondiale. Pero’ vorrei provare a punzecchiare gli amici liberali su un punto: dopo aver fatto tutti i discorsi su cosa conviene agli US o alla Russia o a Israele, possiamo per favore concentrarci su cosa converrebbe fare al nostro paese? Il suo ruolo deve essere sempre forzatamente appiattito agli interessi di altre potenze (anche contro i nostri interessi) o, in un mondo che sembra destinato a diventare sempre piu’ multipolare, ha senso chiedersi che ruolo potrebbe giocare a livello europeo e mediterraneo? europe2

Nicolo’ Bragazza

31.07.1912

Da Commenting Heights, intervista (2000):

La libertà richiede che gli individui siano liberi di impiegare le loro risorse nel modo che desiderano, e la società moderna impone l’ esigenza di cooperazione tra un vasto  numero di persone. La domanda  è: come è possibile avere cooperazione senza coercizione? E’ inevitabile che sotto una direzione centralizzata si abbia coercizione. L’ unico modo  che sia mai stato scoperto per avere un vasto numero di persone che collaborino insieme volontariamente è attraverso il libero mercato. E questo è il motivo per cui è essenziale preservare la libertà individuale.

Il dettaglio più importante a proposito del libero mercato è che nessuno scambio ha luogo senza che entrambe le parti ne traggano beneficio. La grande differenza tra la coercizione da parte dello Stato e gli scambi di mercato fra privati è che il governo può usare la sua forza coercitiva per creare un commercio nel quale A guadagna e B perde. Ma in un contesto di mercato, se A e B arrivano ad un accordo volontario, è perché entrambi hanno da guadagnarci.

Da Free to Choose (1980):

Come scrisse Adam Smith più di 200 anni fa, nel mercato economico le persone che intendono perseguire solo il proprio interesse individuale sono condotte da una mano invisibile a servire interessi pubblici che non era nelle loro intenzioni promuovere. Anche nel mercato politico opera una mano invisibile, ma disgraziatamente funziona nella direzione opposta. Le persone che si propongono di agire unicamente nel pubblico interesse sono guidate da una mano invisibile a servire interessi privati che non era loro intenzione promuovere. La ragione è semplice: l’ interesse generale è diffuso tra milioni e milioni di persone, l’ interesse particolare è concentrato. Quando i riformatori ottengono l’ approvazione di una misura, passano alla prossima crociata, senza lasciarsi nessuno dietro a tutelare l’ interesse pubblico. Ciò che si lasciano dietro è denaro e potere, e gli interessi particolari che possono beneficiare di quel denaro e di quel potere fanno in fretta ad impadronirsene a spese della maggior parte di noi. Oggi, dopo 50 anni di esperienza, è chiaro che non conta veramente chi risiede in quella casa (la Casa Bianca, ndr), lo Stato continuerà a crescere finchè la maggior parte di noi crederà che il miglior modo di risolvere i nostri problemi è fare affidamento su di esso.

Oggi, in un Paese dopo l’ altro, il più forte interesse particolare è diventato la burocrazia, sempre più inamovibile sia a livello nazionale sia a livello locale. Inoltre, ognuno di noi riceve particolari benefici dall’ uno o dall’ altro intervento pubblico. La tentazione è di cercare di ridurre l’ intervento pubblico a spese di qualcun altro, conservando nello stesso tempo i nostri privilegi particolari, e l’ unico esito non può che essere una situazione di stallo.

Abbiamo dimenticato le verità essenziali che i fondatori di questo paese conoscevano così bene: che la più grande minaccia alla  libertà umana è la concentrazione di potere, nelle mani dello Stato come di chiunque altro. In tutto il mondo occidentale, un numero sempre più grande di persone come noi è giunto a riconoscere i pericoli di una società iper-governata. Ma ci vorrà qualcosa in più del riconoscimento del pericolo. La libertà non è condizione naturale della specie umana, è una conquista rara e meravigliosa. Occorrerà la comprensione di cos’è la libertà e da dove vengono i pericoli che la minacciano. Occorrerà agire in base a questa comprensione se il nostro intento è non solo quello di preservare le libertà che abbiamo, ma di realizzare tutto il potenziale di una società veramente libera.

Ovunque il mercato sia stato lasciato libero di operare, la gente comune è riuscita a raggiungere livelli di vita mai sognati prima. Da nessuna parte il divario tra ricchi e poveri è maggiore, da nessuna parte i ricchi diventano via via più ricchi e i poveri sempre più poveri se non in quelle società che non consentono al libero mercato di operare –  che si tratti di società feudali ove è il ceto di appartenenza a determinare la condizione sociale o di moderne economie pianificate ove a determinarla è la vicinanza al potere statale.

Da Capitalism and Freedom (1962):

Un liberale distinguerà nettamente tra uguaglianza di diritti e opportunità da un lato, e uguaglianza materiale e di risultati dall’ altro. Egli potrà essere compiaciuto dal fatto che una società libera tenda verso l’ uguaglianza materiale più di qualunque altra, ma considererà questa aspirazione come il prodotto di una società libera. […] L’egualitario arriva a questa aspirazione, ma vorrà andare ancora oltre. Difenderà misure che prendano da alcune persone per dare ad altre, non come un mezzo attraverso cui quelle persone possano raggiungere un obiettivo desiderato, ma sulla base di un concetto di “giustizia”. Arrivati a questo punto, l’uguaglianza viene in conflitto con la libertà. E’ necessario scegliere: non è possibile essere sia egualitari , in questo senso, sia liberali.

Per l’uomo libero, il Paese è l’insieme degli individui che lo compongono, non qualcosa al di sopra di essi.

Una delle maggiori obiezioni rivolte all’ economia di mercato è proprio che essa assolve il proprio compito [ protezione contro la coercizione] in maniera egregia. Dà alle persone ciò che vogliono invece di dar loro ciò che un gruppo ristretto di persone pensa dovrebbero volere.

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Hanno ucciso chi?

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Vi siete fatti fuori con le vostre mani, nonostante i soldi dei contribuenti, ma continuate imperterriti a fare gli straccioni.  Siete ancora ed oggi come sempre dei pover-acci, e basta! Nicolo’ Bragazza

L’announo dello sconforto

“Anche il furto e la rapina sono vietati, ma si fanno lo stesso. Non per questo non vanno vietati.” 
Il sen. Carlo Giovanardi ieri sera in uno slancio aristotelico

Ieri, in quello splendido spaccato del mitologico “paese reale” che sono i programmi in prima serata su La7, si è svolto un epico quanto maldestro duello sul tema della legalizzazione delle droghe leggere. Punte di diamante dell’arena fior fior di intellettuali d’assalto quali il rapper Fedez, il senatore Giovanardi e la sua proverbiale apertura mentale a traino e il (a quanto pare) rapper ed ex pusher romano Chicoria (si pronuncia “Cicoria”, la h è muta come la D di Django). A contorno il solito gruppo di ragazzi che non riescono ad intervenire per più di 40 secondi a testa, e talvolta è forse un bene.

Una serata assolutamente imperdibile, insomma.

Announo

Nel variegato spettro di interventi ed opinioni e invettive à la barsport che è stato sfoderato non ci si è mai distaccati dai punti cardinali che seguono e che riassumerò, in nome dell’efficacia espositiva, con delle utilmente violente semplificazioni. Potete divertirvi a casa provando a indovinare chi ha sostenuto cosa.

  1. Non è necessaria nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti, tutto dev’essere illegale e perseguito;
  2. È necessaria una distinzione, mettiamo fuori legge quelle pesanti perché fanno molto male, legalizziamo quelle leggere;
  3. Legalizziamo tutto.

Ora, rimuoviamo il punto uno perché francamente poco interessante, e analizziamo i punti due e tre e le loro comuni motivazioni. È emerso che legalizzare è bello perché:

  • aiuta la lotta alle mafie;
  • configurerebbe un aumento delle entrate statali;
  • anche alcool e sigarette sono dannose ma legali, quindi serve un discorso di coerenza;
  • l’erba non fa male;
  • con la canapa si fanno una marea di cose oltre agli spinelli.

Questo è, più o meno, il quadro. Se ho dimenticato qualcosa, penso di poter dire che fosse realmente irrilevante o minoritario nello spettro delle argomentazioni.

Beh? Notato qualcosa? Manca niente?

Ebbene, non c’è stato un intervento, tra circa 25 persone in studio, che abbia sottolineato -in modo chiaro- che il proibizionismo è un atto contestabile in quanto espressione di una limitazione della libertà individuale, operato peraltro nel nome non si sa bene di cosa. Chi si è espresso a favore della legalizzazione l’ha sempre fatto in un’ottica di opportunità, e mai di convinzione ideologica, di indirizzo politico: nessuno si è fatto carico del fardello di affermare con forza che si deve essere liberi di scegliere. Anche di farsi del male, come nel caso delle droghe.

La legalizzazione delle droghe (leggere o pesanti che siano) non è un intervento che si può fare dall’oggi al domani, e la discussione delle cautele del caso è lunga, complessa e doverosa. Ma una speculazione intellettuale (se mi passate il termine) sull’arroganza di uno stato patrigno che obbliga le persone a scegliere (o non scegliere) sarebbe stata doverosa, in quel contesto. E, che sia beninteso, ogni salvaguardia alla libertà altrui deve rimanere solidamente in piedi: come non si può guidare ubriachi, ad esempio, non si può guidare dopo aver fumato erba. I discorsi di opportunità economica e sociale, i fatti lampanti e cristallini che testimoniano che il proibizionismo è un approccio fallimentare al problema delle droghe (tendenzialmente è un approccio fallimentare a un sacco di problemi) sono punti veri, fermi, che esistono, ma che coesistono con un’idea di società libera -e di responsabilità individuale- che ieri non si è vista neanche col binocolo.

Un quadro vagamente sconfortante, non vi pare?

Tad A.

PS: temo non ci sia dato sapere che straminchia c’entrasse, in una trasmissione incentrata su questi temi, l’omelia di Travaglio su Renzi e il renzismo. Ma tant’è, e ce la siamo dovuti sorbire, un po’ perplessi.

Grillo è figlio di…

Grillo è vostro figlio. È figlio dei fascisti contro Uber, è figlio dell’anti-capitalismo di destra come di sinistra, è figlio della vuota retorica sui ‘beni comuni’ a la Rodotà e Zagrebelsky, è figlio del berlusconismo putiniano, è figlio del partito trasversale che copre gli abusi e le torture della Polizia per ‘ragioni di stato’, è figlio dei processi-spettacolo a la Woodcock, è figlio della coppia Casini-Caltagirone, è figlio del sistemi mafioso ed omertoso messo in piedi dal PCI ed ereditato dal PD senza troppi problemi, è figlio del sistema fascista degli Ordini, è figlio di 50 anni di scuola ‘pubblika’ che produce il 40% di analfabetismo funzionale e si permette pure di protestare contro i test INVALSI, è figlio di una magistratura totalitaria che detiene illegittimamente il 38% della popolazione carceraria, è figlio dei medici i quali, invece di chiedersi come mai la gente nel 2014 muore ancora di colera si vanta che “il nostro SS è il migliore al mondo”, è figlio dei baroni universitari, dei notai da 500K, dei dipendenti pubblici cialtroni, è figlio di un fisco vessatorio e disumano ed è infine figlio dell’omertá e della disonestá che tutti gli italiani mostrano ogni giorno in classe, al lavoro, in famiglia ed in chiesa.

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Grillo è l’alunno che supera il maestro. Grillo è figlio vostro ed adesso ve lo prendete tutto nel culo.

Giovanni Gabriele Vecchio

Tra i Leoni: episodio 2

Abbiamo già criticato “Tra i Leoni” quando pubblicò un accorato articolo per un personaggio come Berlinguer, condito con la solita retorica della “brava persona” e della nostalgia dei bei tempi andati.  Abbiamo spiegato qui quali sono gli errori storici e politici di queste ricostruzioni.

Oggi, invece, iLbocconianoLiberaLe si concentra sul nuovo numero di Tra i Leoni appena uscito.
In particolare vorrei parlare rapidamente di due articoli: il primo intitolato “Il Quarto Stato”, il secondo “N cose che…ti fanno leggere un articolo”.

Il primo articolo ha subito attirato la mia attenzione perché ho sentito puzza di stronzata non appena ho letto il sottotitolo “dal proletariato marxista al proletariato capitalista” (mi scuso per la scurrilità, ma iLbocconianoLiberaLe deve farsi leggere perchè vive sul mercato).

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In 2 punti riassumo dove questo articolo mi è piaciuto di meno al di là dell’inconsistenza generale:

1-      Ancora una volta si scrive sulla rivoluzione industriale e su come la nuova rampante classe borghese sfruttava i lavoratori come i servi della gleba all’inizio dell’800. Questo tipo di argomentazione è entrata nell’immaginario comune a partire dal libro di Engels “La situazione della classe operaia in Inghilterra” che, tuttavia, è stato oggi pesantemente ridimensionato e contestualizzato alla luce del confronto tra le condizioni degli operai dell’epoca con quelle dei contadini degli anni precedenti alla rivoluzione industriale.
E ora un paio di domande: siamo così sicuri che i bambini prima non lavorassero e che le persone non si spaccassero la schiena nelle miniere o nei campi? Le condizioni dei lavoratori dell’epoca (certamente peggiori di quelle attuali) sono un prodotto del capitalismo cattivo o piuttosto dipendevano dal livello di sviluppo tecnologico?
E se non bastasse: 
siamo sicuri che la rivoluzione industriale sarebbe avvenuta con l’attuale legislazione sul lavoro? Probabilmente no e molti ritengono che la legislazione di oggi sia sostenibile (non sempre) solo perché lo sviluppo tecnologico ha consentito un incremento di produttività senza precedenti (sull’importanza dello sviluppo tecnologico vedi qui ) Inoltre, spesso le legislazioni statali dell’800 si adattavano a quelle che erano già le condizioni del mercato del lavoro dell’epoca o introducevano innovazioni marginali che si sarebbero verosimilmente ottenute anche senza l’intervento dello Stato.

2-      Secondo l’autrice, “gerarchia” e “ordine sociale”, parole che ben descrivono la società capitalista, sono assimilabili a “casta”.  Per risolvere il problema di questa affermazione è sufficiente prendere in mano un buon vocabolario della lingua italiana: il termine casta è utilizzato per descrivere un sistema sociale in cui è impossibile o quasi emergere e/o decadere dal proprio status. Gerarchia e ordine sociale non sono parole che descrivono il livello di mobilità sociale all’interno di un gruppo.
Inoltre non ho capito l’affermazione successiva che accomuna capitalismo e comunismo nell’aspirazione all’uguaglianza: a me risulta che il sistema capitalista e liberale aspiri a concedere la massima libertà possibile agli individui e non l’uguaglianza. O meglio, non si propone di creare l’uguaglianza sostanziale tra gli individui che è, invece, l’obiettivo proprio del comunismo.

Aggiungiamo poi la meraviglia nello scoprire le categorie di “mondo dirigente” contrapposto a “mondo proletario” e il gioco è fatto: la società occidentale ha prodotto un nuovo proletariato che non ha nemmeno le possibilità di quello di inizio ottocento. Ancora una volta le considerazioni sulla mobilità sociale, sulla qualità di vita e sullo sviluppo tecnologico lasciano spazio a quelle semplicistiche di chi nega la realtà pur di rivendicare il valore di alcune argomentazioni stantie. Senza contare il fatto che le situazioni di bassa mobilità sociale si verificano sopratutto nei paesi con un mercato del lavoro rigido e dove lo Stato interviene pesantemente nell’economia (il nostro, per esempio). 

Per quanto riguarda il secondo articolo la mia domanda all’autrice è questa: ma è davvero così negativo che la regione Umbria non finanzi più il Festival Internazionale di giornalismo?

Qui potete trovare la posizione di Studenti Bocconiani Liberali sui fondi statali, regionali e comunali all’editoria, al cinema e a tutto quello che viene definito kultura. 

Nicolò Bragazza

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