Neoliberismo: genesi di una disgrazia lessicale [parte quinta]

QUINTA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

Il programma neoliberista di Rüstow

Quali dovrebbero essere le caratteristiche del neoliberismo, secondo la visione di chi ne ha coniato il nome? Negli scritti di Rüstow troviamo l’abbozzo di un ordine economico che è proprio a metà strada tra il liberalismo e il socialismo, un sistema politico ed economico che mostra le caratteristiche di entrambi i mondi. Tali sistemi ad economia mista sono solitamente descritti come socialdemocratici, e forse questo sarebbe stato un termine più appropriato da usare anche per il neoliberismo di Rüstow. In ogni caso, è anni luce distante da una libera economia di mercato, mettendo insieme elementi del romanticismo sociale tedesco, ideali socialisti e un generale scetticismo nei confronti del potere.

Il nucleo del neoliberismo proviene direttamente dal rifiuto di Rüstow nei confronti del potere: per lui il potere del mercato era dannoso tanto quanto quello politico e necessitava di essere ridimensionato da una “Marktpolizei” (polizia del mercato). In “Between Capitalism and Communism” troviamo richiesta di

“una rigorosa polizia di mercato sotto responsabilità statale in ogni area dell’attività economica in cui si applicano la libertà e le leggi del mercato, al fine di garantire una giusta competizione fondata sulla performance ed evitare qualsiasi competizione basata sull’ostacolo contro i propri compagni di mercato.”

Per Rüstow, tali misure di polizia del mercato andavano al di là di una semplice legge antitrust. Al contrario, egli assegnava allo Stato un ruolo molto più importante nel dare forma alle strutture di mercato. Per esempio, qualsiasi tipo di pubblicità nei giornali, radio o cinema avrebbe dovuto essere proibito. Non solo, come egli scrisse, perchè era volgare, improduttivo, e si prendeva gioco delle masse, ma anche perchè questi strumenti di marketing favorivano i grandi inserzionisti a spese delle piccole imprese. Sosteneva anche che la tassazione sui redditi d’impresa dovesse essere progressiva rispetto alla dimensione dell’azienda, per rendere di fatto impossibili le grandi imprese e ridurre loro a più piccole dimensioni (o a quelle che lui riteneva ottimali). Inoltre, Rüstow suggeriva di costringere le grandi compagnie proprietarie di brevetti a concederli ai loro più piccoli competitors.

Non esattamente l’idea di un programma che oggi chiameremmo neoliberista, ma Rüstow aveva idee ancora più sorprendenti: tutte le reti, tutte le compagnie ferroviarie, tutte le compagnie con un presunto monopolio naturale o tecnico avrebbero dovuto essere nazionalizzate, così come, per motivi differenti, l’industria degli armamenti.

Per quanto riguarda l’agricoltura, le idee di Rüstow non erano meno radicali. Egli pensava che la Germania fosse “fortemente sovrappopolata” (cosa di cui si dispiaceva molto), e avrebbe dovuto passare ad un sistema di unità agricole piccole, sane e altamente produttive. Per realizzare ciò, egli prevedeva una grande, pianificata e sviluppata rete di istituti per l’insegnamento, la ricerca e la consulenza a favore dell’intero settore agricolo; una omnicomprensiva e compatta organizzazione di  educazione agricola.

L’atteggiamento di Rüstow verso l’agricoltura mostra una spiccata simpatia per le piccole unità, ma anche per uno stile di vita abbastanza moderato, romantico. Recentemente Joachim Zweynert ha fatto notare che in passato gli ideali di Rüstow furono attaccati quando egli concordò con rimorso con il poeta romantico Novalis che la società odierna era solo  “vivere dei frutti  di tempi migliori”. Anche l’aperta ostitlità di Rüstow alla tecnologia è singolare. In un passo egli chiama il periodo medievale “il meglio delle condizioni sociali fino ad ora possibile” e si lamentava che il progresso della tecnologia non avesse servito l’umanità ma derivasse solamente da una cieca venerazione per il progresso.

Anche nei campi di politica sociale e occupazionale, Rüstow è a malapena all’altezza di un neoliberista moderno: sebbene si schierò contro i salari minimi, appoggiava i sussidi salariali temporanei (finanziati mediante tasse sui salari elevati in periodi di prosperità), l’assicurazione obbligatoria da disoccupazione, un servizio di collocamento gestito dal governo. Forse ancor più sorprendentemente, prevedeva una politica industriale attiva durante le crisi per assistere e rendere meno estremi cambiamenti settoriali e strutturali. Inoltre, era devoto alla causa dell’ uguaglianza sociale, che voleva realizzare tramite elevate imposte di successione che avrebbero dovuto essere usate per finanziare una qualche redistribuzione e l’istruzione gratuita per tutti.

Sebbene Rüstow avesse chiaramente un’idea di come organizzare l’economia, pensava che le questioni economiche, alla fine, non avrebbero dovuto essere la priorità di un  progetto neoliberista. Egli insisteva che “il nostro liberismo differisce dal paleoliberismo perchè non riduce ogni cosa a un problema economico. Al contrario, noi crediamo che le questioni economiche debbano essere subordinate alle materie che si collocano sopra l’economia”. In un altro paper scrisse che “l’economia deve trovarsi in posizione servente”, il significava che “l’economia è lì per la gente” e non il contrario. Infine, il suo sistema di neoliberismo potrebbe funzionare meglio sotto il tetto di una teologia cristiana: “così è importante vedere”, diceva Rüstow “ che non c’è incompatibilità tra il Cristianesimo e il neoliberalismo e che insieme potrebbero formare un fronte unito contro il paleoliberismo, ma specialmente contro il comunismo e il bolscevismo”.

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Neoliberismo: genesi di una disgrazia lessicale [parte quarta]

QUARTA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

La “terza via” di Rustow

Se vogliamo capire cosa avesse in mente Rustow quando parlava di neoliberismo, dobbiamo capire la sua essenziale interpretazione della storia economica. Durante tutti gli anni Venti si è occupato di strutture di mercato e cartelli. Come abbiamo visto in precedenza, la Germania era diventata una nazione di capitalismo corporativo, e le centinaia di cartelli erano una parte centrale di questo sistema. Come abbiamo notato, ci sono buone ragioni per considerare i cartelli e il grado di concentrazione nella Germania del tardo Diciannovesimo e dell’inizio del Ventesimo secolo come un risultato diretto di politica pubblica. Il fatto che i mercati fossero diventati monopolizzati, cosicché le grandi compagnie potessero colludere con i loro presunti concorrenti senza essere disturbate da nessuno, non accadde per caso. Fu possibile unicamente poiché i cartelli erano protetti dalla competizione internazionale attraverso il sistema protezionistico della Germania, che fu posto in essere dal 1879. I tribunali hanno confermato i contratti che limitavano il commercio rifacendosi alla loro desiderabilità da un punto di vista di politica pubblica.
Inoltre, concentrare la struttura industriale della Germania era nell’interesse del Kaiser e del suo governo, che miravano a guidare lo sviluppo industriale del paese. I loro obiettivi politici finali erano raggiungere il potere industriale dell’Inghilterra, magari competendo a livello militare con essa, e trovare il “posto al sole” della Germania nell’era dell’Imperialismo.
Il periodo in cui prese il via la monopolizzazione delle strutture industriali della Germania era un’epoca di mobilizzazione (politica), non di capitalismo rampante. Dove, dopo il 1873, furono messe in atto leggi economicamente liberali (guardiamo per esempio al Codice Civile) il loro obiettivo finale era facilitare il processo di recupero economico della Germania nei confronti dell’Impero inglese. Tra gli storici dell’economia di oggi c’è ampio accordo nel sostenere che la Germania stesse praticando un sistema di “capitalismo organizzato”, ovvero una versione politicizzata del capitalismo the utilizzava i mercati per raggiungere obiettivi politici.
L’analisi di Rustow differiva da questa visione della storia economica della Germania. Egli vide anche lo sviluppo della Gemania all’interno di una degenerata economia di mercato: pesantemente cartellizzata, dipendente dai sussidi, soggetta a frequenti intromissioni. Ma per Rustow tutti questi fenomeni potevano essere ascrtiti non a qualche politica del governo, ma ai mercati non regolati. Egli prevedeva un’inevitabile tendenza dei mercati a degenerare se lasciati liberi, ignorando al contempo l’influenza negativa di un’ economia chiusa. Nel suo libro “The Failure of Economic Liberalism”, Rustow apparve totalmente deterministico, come Marx: Noi [i neoliberali] siamo d’accordo con i marxisti e i socialisti nella convinzione che il capitalismo è insostenibile e deve essere superato. E pensiamo anche che la loro dimostrazione che il capitalismo esagerato conseguentemente porta al collettivismo sia corretta e sia una geniale scoperta del loro maestro [Karl Marx]. Riconoscerlo sembra essere richiesto dall’onestà intellettuale. Comunque, noi rifiutiamo gli errori che Marx ha adottato dal liberalismo storico. E se noi, insieme ai socialisti, rifiutiamo il capitalismo, allora rifiutiamo anche il collettivismo che cresce ancor di più dal capitalismo esagerato. La nostra più severa accusa verso il capitalismo è semplicemente questa: che esso (come i collettivisti si insegnano tra loro) presto o tardi porta al collettivismo.
Nel suo saggio “Between Capitalism and Communism” (originariamente pubblicato nel 1949 su ORDO, il giornale del movimento neoliberale tedesco), Rustow ha esplicitamente sostenuto una “Terza Via” tra le due ideologie. Egli ha riconosciuto che i mercati generalmente funzionano bene in perfetta competizione. In ogni caso, accusò Adam Smith di avere un astio polemico contro lo Stato, che gli ha fatto negare le necessarie istituzioni dei mercati determinate dallo Stato stesso. Questo, così ha affermato Rustow, ha causato la degenerazione dell’economia di mercato in un sistema di insostenibile capitalismo. In una lunga nota, egli proseguì a spiegare che aveva bisogno di insistere su una differenziazione tra “l’economia di mercato in perfetta competizione veramente libera” e la sua “degenerazione sussidiarista-monopolista-pluralista”, che egli considerava come una “varietà patologicamente degenerata” della vera competizione di mercato e per la quale egli suggerì il termine “capitalismo”. Se il “laissez faire” e il liberalismo secondo lo stile di Adam Smith erano così negativi secondo Rustow, avrebbe allora preferito un’economia pianificata? La sua risposta è un netto, roboante “no”.
Con la stessa verve retorica che ha usato per condannare il capitalismo, egli rifiuta ugualmente le promesse del socialismo e del comunismo. Essi non erano sistemi economici praticabili, ed erano anche incompatibili con la democrazia, la libertà e la dignità umana. Tutto ciò lo portò a richiedere una via di mezzo tra il “laissez faire” e socialismo, una “Terza Via”. “Dovremmo essere felici”, scrisse Rustow, “di non dover fare una difficile scelta tra “capitalismo” e “comunismo”, ma che ci sia una “Terza Via”. Ironicamente, è la stessa identica logica che fa affermare agli odierni critici del neoliberismo che non bisogna più scegliere tra Hayek e Brezhnev, come il Primo Ministro Kevin Rudd ha espresso in un discorso al Centro per gli Studi Indipendenti nel 2008. Sebbene i sostenitori contemporanei di una “Terza Via” pretendano di combattere il neoliberismo, secondo Rustow questa stessa “Terza Via” era neoliberismo. Egli lo chiamò neoliberismo per differenziarlo dal precedente liberalismo, per il quale Rustow ha usato frequentemente termini dispregiativi come “liberalismo volgare”, “liberalismo di Manchester”, o “paleo-liberalismo”. Rustow voleva rompere con questa vecchia tradizione liberale per inserire un nuovo liberalismo al suo posto – da qui il prefisso “neo”.

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Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale [terza parte]

TERZA PARTE DEL PAPER “NEOLIBERALISM: THE ORIGIN OF A POLITICAL SWEARWORD” DI OLIVER MARC HARTWICH. QUI LE PUNTATE PRECEDENTI.

La nascita del neoliberismo

La crisi economica tra la fine degli anni Venti e l’ inizio dei Trenta aveva lasciato alla Germania una pesante eredità, riparazioni di guerra comprese. La disoccupazione aveva raggiunto il picco di oltre sei milioni di persone nel 1932, la povertà era diffusa e la situazione politica della Repubblica di Weimar sempre più fragile. I partiti si trovavano nell’impossibilità di assicurarsi maggioranze parlamentari per nessuna delle loro proposte politiche, il paese era governato attraverso decreti di emergenza e tutto ciò aveva rafforzato il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, che avrebbe poi portato il suo führer, Adolf Hitler, al potere.
L’illusione della “prosperità eterna” era stata distrutta dagli eventi innescati dal venerdì nero di Wall Street, e non solo in Germania. La crisi economica globale era stata ampiamente considerata prova del fallimento del liberalismo. Nel quindicesimo anniversario dell’Unione Sovietica, nel 1932, i suoi leader avevano celebrato la fine del capitalismo con parate monumentali, negli Stati Uniti il presidente Franklin D. Roosevelt aveva promesso “un nuovo patto per il popolo americano”, orientando il suo paese verso politiche più interventiste, mentre in Gran Bretagna l’economista John Maynard Keynes lavorava alla sua Teoria Generale con cui intendeva spiegare (e superare) le instabilità intrinseche del sistema capitalistico.

La situazione economica e politica della Germania era catastrofica, e così era anche lo spirito degli accademici e intellettuali di orientamento liberale: il liberalismo sembrava essere un sistema di idee ormai screditate, un anacronismo da diciottesimo secolo, un’ ideologia fallimentare.
Uno dei pochi intellettuali che nutriva ancora simpatie per l’economia di mercato era Alexander Rüstow. Nato nel 1885, studiò matematica, fisica, filosofia, economia e psicologia a Gottinga, Monaco e Berlino. Conseguito il dottorato all’Università di Erlangen nel 1908, lavorò per una casa editrice prima di diventare ufficiale durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, Rüstow si unì a diversi circoli socialisti, pur iniziando a subire l’influenza dell’economista Franz Oppenheimer, che aveva indicato una “via di mezzo” tra il socialismo marxista e il capitalismo liberale.

Divenuto consigliere al Ministero degli Affari Economici (Reichswirtschaftsministerium) nel 1919, Rüstow si occupò della politica dei cartelli, essendo direttamente coinvolto nella stesura del Cartel Act del 1923, menzionato in precedenza. Tuttavia, nonostante il progetto originario fosse a favore di più stringenti regole anti-trust, le misure finali risultarono molto più deboli rispetto alle raccomandazioni dell’economista, che imputò la responsabilità dell’ insoddisfacente (a suo modo di vedere) risultato all’intensa azione di lobbying da parte di potenti gruppi di interesse.

E’ nella metà degli anni Venti che Rüstow cambiò schieramento. Dopo aver lasciato il suo incarico al Ministero nel 1924 fu messo a capo del dipartimento di economia del “Verein deutscher Maschinenbauanstalten” lobby di piccole e medie imprese manifatturiere impegnate nella promozione di una campagna contro la concentrazione del potere economico nelle mani di poche grandi industrie loro concorrenti.
La sua filosofia di riferimento non era ormai più quella socialista, ma liberale. Secondo il suo biografo Jan Hegner, la disillusione di Rüstow derivò dalla realtà messa in atto in Unione Sovietica, e dalla realizzazione del fatto che la pianificazione economica era incompatibile con la libertà. D’altra parte, il nostro economista non aveva smesso di essere dedito all’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche.

Durante tutta la sua vita, Rüstow fu sempre di idee al confine tra liberalismo e socialismo. Tuttavia, costante nella sua vita intellettuale fu un forte scetticismo riguardo al potere in tutte le sue forme, fosse esso di natura politica o economica. Inoltre, se lo leggessimo oggi, troveremmo difficile classificarlo come un liberale, semplicemente poiché spesso non ci suona come tale: questo è lo stesso Alexander Rüstow che ha  inventato il termine “neoliberismo”, che divenne popolare tra i suoi colleghi tedeschi e che trovò poi consenso all’ interno di un gruppo di pensatori liberali che includeva Ludwig von Mises and Friedrich August von Hayek.
Ma allora, qual era l’ idea di neoliberismo di Rüstow? Perchè aveva sentito la necessità di coniare un termine del tutto nuovo? Cosa è accaduto al neoliberismo nel corso degli anni?
L’anno in cui Rüstow formulò il programma neoliberista era il 1932. La principale società di economia del tempo, la Verein für Socialpolitik, lo aveva invitato alla sua conferenza annuale a Dresda. Il presidente dell’ associazione era Werner Sombart, a capo della cosiddetta Kathedersozialisten (“cattedra socialista”) della Historical School of Economics. Sombart, aperto sostenitore del nazionalsocialismo, non aveva alcuna simpatia per il liberalismo, e aveva pianificato di fare della conferenza di Dresda una piattaforma di lancio per la sua causa. Tuttavia fu il discorso tenuto dal semi-sconosciuto Rüstow, dal titolo “Freie Wirtschaft, starker Staat”(libera economia, Stato forte), in seguito pubblicato e ripubblicato diverse volte, ad attrarre a sé tutta l’attenzione. Lungi dal supportare la visione nazionalsocialista di Sombart, Rüstow criticò l’ eccessivo interventismo durante la crisi, mettendo in guardia dall’affidare allo Stato il compito di correggere ogni sorta di problema economico. Un chiaro rifiuto di uno Stato coinvolto nei processi economici, ma che fissi le regole e le faccia rispettare: un ruolo limitato, ma che necessita di uno Stato forte. Un “no” al protezionismo, ai sussidi, ai cartelli – a ciò che oggi chiamiamo capitalismo clientelare, cattura del regolatore, corporate welfare -, pur riconoscendo che un interventismo limitato possa avere un ruolo, purché vada nella stessa direzione delle leggi del mercato.

Più tardi, durante la sua carriera accademica, Rüstow sviluppò oltre la sua visione di neoliberismo, pubblicando numerosi saggi e libri – molti dei quali scritti in esilio – in cui elaborò la sua idea di economia di mercato sottostante un sistema di rule of law e un limitato ruolo dello Stato. Dopo che la Gestapo perquisì il suo appartamento, nel 1933 decise di lasciare la Germania accettando una cattedra ad Istanbul. Rimase in Turchia finché non fece ritorno nel suo paese nel 1949 per insegnare all’Università di Heidelberg.

[fine terza parte]

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale

Pubblichiamo, a puntate, la traduzione di “Neoliberalism: the origin of a political swearword” di Oliver Marc Hartwich, per gentile concessione dell’ autore. “Un’ utilità della storia è quella di liberarci da un passato immaginario. Meno sappiamo di come le idee … Continua a leggere