Natale alla Mecca

Nel paese che non riesce a non buttare in caciara qualunque cosa, all’improvviso si è cominciato a porsi il problema della celebrazione del Natale.

Complice l’indelicata (e politicamente imbecille) mossa del preside della scuola di Rozzano, all’improvviso la priorità assoluta della discussione politica di uno Stato arrivato al settimo anno consecutivo di crisi economica è diventata quella di discutere di quali canti debbano o non debbano essere messi all’Indice questo 25 dicembre (“Ma le canzoni che parlano di neve e non di Gesù si possono cantare?”).

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Il Natale è guerra di religione, dimenticando che Gesù sia il secondo più grande profeta dell’Islam, oltre che ovviamente il Figlio di Dio per tutte le religioni cristiane che siano sopravvissute alla Pace di Vestfalia.

Il Natale è guerra di partiti, fra gli eredi dei partiti estremisti che una volta all’anno rivendicano le radici giudaico-cristiane, e gli eredi dei partiti democristiani che dicono che in fondo basta ricordarsene quando ci si trova nella cabina elettorale, ma il resto dell’anno meglio non dirlo troppo forte, anche se ci tengono a precisare che loro l’albero lo fanno tutti gli anni.

Ma a guardar bene ci si accorge che il Natale, più che altro, è guerra di poveri imbecilli, spesso troppo grotteschi per essere in malafede, spesso troppo in malafede per essere lombrosianamente decenti. Imbecilli che confondono la religione e la tradizione, che confondono la laicità e la storia, che confondono il rispetto con la censura, che confondono il coinvolgimento con il senso di vergogna.

Le lamentele per la celebrazione delle “feste cristiane” non sono mai venute da appartenenti ad altre religioni in Italia, ma sempre e soltanto da qualche peones dell’amministrazione pubblica (presidi, giudici, insegnanti, procuratori) in cerca di una improbabile carriera politica, o con l’aspirazione ad apparire sulla prima pagina del numero settimanale de L’Espresso o magari addirittura nella sezione “cultura” di Repubblica. Queste lamentele non sono mai venute da ebrei o musulmani o shintoisti o pastafariani, e cercare l’indomani delle stragi di Parigi di creare e aggiungere tensioni gettando altra benzina sul fuoco del fanatismo religioso, è solo una criminale operazione demagogica di politici terroristi, nel senso letterale di “coloro che fanno del terrore”.

Concludo: nel Natale del 1914, durante la Prima guerra mondiale, sul fronte occidentale le truppe tedesche, inglesi e francesi deposero le armi, lasciarono le trincee, e si scambiarono auguri, alcool e regali. Per pochi giorni, in un conflitto che ha lasciato 15 milioni di morti, senza che nessun generale o governo avesse organizzato alcunché, truppe nemiche interruppero la guerra, si trovarono a festeggiare, e giocarono a calcio. Non so se fra le truppe indiane-inglesi o nordafricane-francesi e quelle tedesche vi fossero indù, islamici o cristiani, ma il 25 dicembre 1914 tutti i soldati impegnati in guerra fecero una tregua per celebrare il Natale. E 100 anni dopo dichiararsi (metaforicamente) una guerra attorno a quella stessa giornata vuol dire non avere imparato nulla.

Andrea Inversini

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