Thinking before Re-thinking

A seguito del nostro articolo “Post-Crash, la Matematica non è un Reato”, critico su uno degli aspetti della proposta complessiva delle varie sigle sostenitrici di quello che chiameremo (non senza ironia) “pluralismo” nelle scienze sociali, su  Pagina99 e’ comparsa una risposta che attacca il BocconianoLiberale a tutto campo “Quello che il Bocconiano Liberale non capisce”.

 

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Tra le altre cose, in chiusura si dice che siamo dogmatici in tutto perchè dichiariamo di essere ideologici. Purtroppo questa conclusione non rende giustizia al resto del pezzo, contenente anche diversi spunti interessanti e ben scritto. Dichiarare di essere ideologici e’ un atto di onesta’ intellettuale, dal momento che
tutti possiedono una (parziale) visione del mondo. Anche gli amici di Rethinking Economics hanno, sicuramente, una visione del mondo parziale, ma preliminarmente al dibattito che essi vogliono stimolare e’ utile ricordare che l’approccio scientifico ai problemi presuppone esattamente uno sforzo, da parte di chi li affronta, a farlo in maniera il più possibile distaccata.

Il “metodo neoclassico” criticato dai pluralisti non corrisponde a nessun metodo particolare per chi lo adotta, se non alla tendenza a separare i fatti dalle prese di posizione, l’analisi positiva da quella normativa, le premesse dalle conclusioni, sopratutto quando le seconde non sono quelle che le proprie preferenze porterebbero a gradire di più. In questo senso esso non ha alcun portato ideologico, a differenza delle scuole “alternative” che si vorrebbe porre sullo stesso piano dell’economia mainstream.

Perchè chi si dice ideologicamente liberale, allora, difende una metodologia il cui principale vantaggio, proprio secondo chi la difende, e’ l’essere a-valutativa, neutrale rispetto ai valori?

Conoscere per deliberare, diceva qualcuno. Sforzarsi di mettere le proprie opinioni alla prova dei fatti, e non usarle come una clava, aggiungeremmo noi. Senza per questo affermare che le posizioni politiche debbano prescindere da considerazioni di natura valoriale, ovviamente: e li’ sta il rifiuto del principio efficientista e tecnocratico che lo stesso Fraccaroli poteva rintracciare nella auto-descrizione che ha avuto la perizia di leggere.

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Veniamo al contributo apparso su Pagina99 circa la matematica: il punto non e’ distinguere tra argomenti qualitativi e quantitativi, e ne diamo atto al Fraccaroli, ma utilizzare un linguaggio che evidenzi chiaramente ogni passaggio logico, ogni argomentazione, la conseguenza di ogni ipotesi – accade che il linguaggio matematico serva meglio d’altri allo scopo. Chi alla matematica non e’ nuovo sa bene che l’economia non usa solo l’analisi, il calcolo delle probabilità e la statistica inferenziale, ma ha ormai acquisito strumenti della logica, della teoria degli insiemi, della teoria della misura, etc. : si tratta di attrezzi utili non a “quantificare”, ma a spiegare in maniera priva di ambiguità quanto si ha da dire.

Certo, ogni linguaggio ha i suoi limiti, ma opporsi alla matematizzazione con l’argomento che questa implichi un restringimento dell’analisi alle sole questioni quantitative significa non avere idea di ciò’ di cui si sta discutendo. Ma l’attacco di Rethinking Economics e’ piu’ generale, come si conviene a ogni progetto ambizioso: essi richiedono “un’apertura dell’insegnamento verso altri approcci teorici, atri approcci metodologici e altre discipline sociali ed umanistiche, senza le quali (sic) l’economia non può fare a meno”. Non “contro” la matematica e la modellistica, ma a favore di un “affiancamento” di altre metodologie.

Si tratta di un fenomeno carsico, quello dell’attacco alla torre del pensiero mainstream, con la solita accusa di dogmatismo e chiusura, che e’ ricomparso cosi’ spesso da aver ormai esaurito quasi tutte le cartucce. E’ un peccato dover segnalare ai pluralisti se da un lato essi cercano di combattere una battaglia senza senso perché già vinta, dall’altra nel farlo rendono evidente il tentativo di riportare in auge teorie scartate nel processo evolutivo della scienza economica.
Se l’obiettivo e’ aprire l’economia neoclassica a contributi provenienti da altre scuole e altre discipline, l’invito arriva tardi: già nel 1974 veniva assegnato un premio Nobel ad Hayek, non certo un economista mainstream. I contributi di Hayek sono stati esaminati, analizzati e digeriti dalla teoria mainstream. Questo non e’ accaduto solo con Hayek, ma e’ un processo continuo: Thomas Schelling ha vinto il Nobel nel 2005: facile notare i punti di contatto tra il lavoro di Schelling, il lavoro di Kenneth Waltz e altri studiosi delle Relazioni Internazionali; anche Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North hanno vinto il Nobel, e il loro lavoro (“istituzionalista”) e’ ampiamente citato in vari ambiti della letteratura mainstream. Negli ultimi anni ha acquisito una certa notorietà anche il lavoro di Daniel Kahnemahn, altro premio Nobel: parecchio strana, questa dogmatica teoria mainstream che assume tutti perfettamente razionali e poi riesce a valorizzare i contributi di un intero filone (behavioural, per non dire della letteratura di decision theory) basato sull’abbandono dell’ipotesi di razionalita’. L’economia si e’ cosi’ aperta al contributo di psicologi, scienziati politici, sociologi, politologi, storici: studiosi come Joachim Voth o Avner Greif rappresentano una lettura indispensabile per molti economisti.
Insomma, se gli amici di Rethinking Economics chiedono l’apertura, forse discutono dell’economia del 1960. Nel 2014, la loro battaglia e’ gia’ vinta. Ma allora, come si diceva sopra, forse l’obiettivo era un altro. Pur dicendosi pluralisti, vogliono, in fondo, una disciplina più ideologizzata nel metodo d’indagine, basata su scuole schierate in base a opposti dogmatismi. Parlano, non a caso, di aprire a metodologie che già da sole sono accompagnate da una etichetta che ne definisce premesse, conclusioni e scopi.

Appelli come quello che leggiamo sono diventati popolari non dimostrando i problemi dell’economia neoclassica (o dell’assunto metodologico che sostiene il mainstream), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei contributi si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. In un articolo di quasi due anni fa, Alberto Bisin scriveva che non e’ corretto affermare che non vi sia “distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto (…). È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni: gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi”.
Pur consapevoli che lo stato attuale della scienza economica, nonostante non possa vantare unicamente successi, e’ tale da permettere aggiustamenti anche sostanziali nel modo di affrontare i problemi, coloro i quali definiscono se stessi pluralisti sembrano tradire da subito l’intenzione di diventare molto più ortodossi e dogmatici nel caso in cui dovessero per caso diventare egemoni. Tra gli approcci da rivalutare compaiono cosi’ il keynesismo pre-1980, nonostante il suo superamento non sia stato un accidente, ma dovuto all’emergere di problemi teorici profondi nella teoria mainstream precedente alla rivoluzione delle rational expectations. Bisogna anzi dire chiaramente che, in un mondo come quello propostoci da chi si definisce pluralista, un cambiamento di paradigma poderoso come quello avvenuto a cavallo dei primi anni ’80 sarebbe impossibile: ogni critica verrebbe etichettata come un prodotto di scuola, ogni argomento diventerebbe oggetto di battaglia di parte.
Torniamo al punto di partenza, allora: noi siamo liberali, e lo rivendichiamo. Questo implica pero’ che riteniamo che l’accademia debba essere libera da oscene balcanizzazioni.

Crediamo nell’autonomia individuale e nell’insegnamento libero.

Non crediamo per questo che l’economia oggi sia insegnata sempre nel modo migliore: forse si potrebbe stimolare di più il pensiero critico riducendo l’importanza delle lezioni frontali e aumentando il peso della produzione autonoma dello studente, forse si potrebbe strutturare in modo più intelligente il passaggio attraverso la modellizzazione, l’inferenza, il rapporto coi dati.
Aprire alle “eterodossie” significa, d’altra parte, privare l’economia di uno dei suoi grandi privilegi: un linguaggio comune a chi parte da premesse valoriali molto distanti, in grado di permettere a chiunque di verificare, comprendere e contestare le affermazioni che legge, senza per questo dover etichettare o essere etichettato. Questo gli amici di Rethinking Economics non lo capiscono, o forse lo capiscono, e hanno cosi’ poca fiducia della sostenibilità delle proprie proposte da preferire un mondo in cui ci si urla addosso a un mondo in cui le opinioni vengono pesate per quello che sono, e non in base all’appartenenza di chi le presenta o all’etichetta ideologica di comodo attribuita da chi le contesta.

Studenti Bocconiani Liberali – Milton Friedman Society


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Post-Crash, la Matematica non è un Reato

Quanti studenti di economia, trascorrendo nottate su grafici e libri che spiegano formule, funzioni ed enunciati si sono chiesti il perché di tanta fatica, quanti si sono voltati e rivoltati nel letto la notte prima dell’esame di matematica, e quanti ancora avrebbero preferito leggere un bel manuale di filosofia economica, i cui unici numeri si trovano agli angoli per ordinare le pagine?

Ebbene, Alcuni studenti dell’università di Manchester, nel momento esatto in cui stavano per premere il grilletto con la pistola puntata alla tempia, si sono guardati negli occhi, hanno abbassato il braccio e si sono detti: “ragazzi facciamo una bella associazione, che magari salviamo qualcun altro, e poi forse rivoluzioniamo lo studio dell’economia a livello mondiale”.
Questi quattro tipi dopo aver partecipato ad una conferenza tenuta nella loro università dalla Bank of England il cui titolo recitava “Are Economics Graduates Fit for Purpose?”, hanno deciso di fondare la Post–Crash Economics Society, associazione studentesca portavoce di coloro i quali sostengono che i programmi di studio odierni non preparino le giovani menti ad affrontare la realtà economica attuale, con evidenti ripercussioni a livello globale. I nostri colleghi si sono impegnati ed hanno scritto un bel report di 60 pagine nel quale, presi dall’entusiasmo, hanno scritto un sacco di cose simpatiche ed interessanti. Ma bando alle ciance, vediamo di cosa si tratta.

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Il punto cruciale dell’analisi degli studenti di Manchester riguarda l’utilità dello studio dell’economia neoclassica. Nel report si legge infatti che i syllabus universitari sembrano monopolizzati da una singola scuola di pensiero, senza lasciar spazio all’analisi di altre teorie. Uno dei punti a favore, che possiamo trovare bene in vista anche sulle pagine del sito, è il fatto che nessuno degli economisti con una formazione simile sia riuscito a predire la crisi finanziaria, il che è vero, ma prima di sottolineare quanto sia intelligente questo punto, conserviamo le nostre energie per guardarlo più a fondo di quanto abbiano fatto loro. Quando mi sono iscritto ad economia sinceramente non pensavo di diventare un medium e imparare a predire eventuali crisi o shock di mercato.

Scorrendo le pagine si legge che al mondo d’oggi non si riescono a cogliere i limiti dell’economia, che gli economisti spesso si comportano come degli sbruffoni sostenendo di sapere tutto. Allora può essere che qualcuno la crisi l’abbia predetta, ma era uno sbruffone, l’hanno mandato a casa. I moduli di micro e macroeconomia secondo la Post-Crash si soffermano esclusivamente sullo studio della teoria, senza analizzarne l’applicazione o gli sviluppi moderni. Un po’ come studiare la fisica al liceo, quando non sai che nel novecento sono arrivati dei signori che hanno detto che la legge gravitazionale (lo studente non sapeva fosse stata scoperta da Newton nell’ambito della fisica classica del milleseicento), è sbagliata. Sono parzialmente d’accordo, sarebbe utile considerare gli sviluppi, ma è anche vero che fortunatamente non ci limitiamo a studiare la formula, ma la testiamo matematicamente grazie a modelli semplificati più vicini alla nostra portata di studenti. Sinceramente mi sembra il modo giusto di mettere il naso fuori dalla finestra nei primi esami. Non dimentichiamo poi che spesso gli economisti più moderni hanno guardato a situazioni particolari, e non hanno scandito teorie generali come i loro predecessori, di qui la necessità dello studio di quest’ultimi in modo sistematico per comprendere a pieno la metodologia di analisi economica, tempo a mio avviso impiegato in modo più che utile. Si può essere d’accordo o no, ma non è difficile comprendere che la loro non possa essere considerata una motivazione valida. Non è inoltre ben chiara la soluzione proposta nel report, che io vi spiegherei sommariamente in questo modo: “studiamo più modelli e applichiamoli tutti insieme, sicuro così non sbagliamo”.

Il secondo punto del report concerne la mancanza di una massiccia preparazione in materie quali: storia dell’economia, storia del pensiero economico, storia generale, etica, politica. Insomma, ai nostri amici non interessa molto avere un approccio quantitativo, sostenendo inoltre che il mancato insegnamento delle suddette materie porti ad un allontanamento dell’economista dalla realtà. E’ chiaro che per la formazione di una persona completa queste conoscenze siano più che utili, sono il primo ad essere interessato, ma dobbiamo fare attenzione a non cadere in errore. L’economia è una scienza sociale, ed è ben diversa dalle discipline che si occupano di fare valutazioni qualitative, come la filosofia ad esempio. Come è sostenuto giustamente nel report, non è un caso che Keynes abbia pensato quelle belle cose durante la depressione, così come è evidente che l’economia dei pescatori del tremila avanti Cristo sia diversa da quella dell’Europa del milleottocento. E’ altresì comprensibile che giovani studenti come me si sentano preparati ad eseguire solamente analisi quantitative, senza la possibilità di dare giudizi di valore o cercare di capire cosa è “giusto “o “sbagliato “. Ma queste sono motivazioni labili e giustificano una presa di posizione che non a caso è sostenuta in 5 righe, nonostante sia uno dei cavalli di battaglia della Post-Crash. Dimostrerò la fallacia della più che riduttiva analisi con un esempio semplice: durante la lezione di meccanica, dopo aver risolto il problema di due macchine che viaggiano a duecento chilometri orari una verso l’altra, lo studente non si chiede se la collisione tra i due corpi sia un fatto buono o cattivo, è semplicemente un fatto. Ci aspettiamo professori che ci dicano che il monopolio è cattivo perché sottrae benessere alla società? Io no, preferisco scoprirlo da solo se il monopolio è un “bene” o un “male” (questione questa poi che rimanda a problemi di altro tipo).

Questo ovviamente non significa che lo studio scientifico sia una forma di abbandono della coscienza. Proprio per non fuggire l’analisi di quella che è una realtà piena di problemi nella quale i dati forniti sono spesso mal interpretati è importante essere in grado di compiere un’attenta sintesi degli stessi, senza cadere in errori, senza ricondurli a mere ideologie o sistemi di pensiero, ma perseguendo idee e utilizzando sistemi che solo dopo aver imparato a strutturare attraverso lo studio di quelli accademici saremmo in grado di elaborare. Non è che noi ci si diverta a massimizzare sempre il solito guadagno, non ci va di essere visti come quelli che ricercano solo un utilità pecuniaria, studiamo economia per organizzare le risorse scarse, ci possono interessare la storia o la filosofia, ma concentriamoci prima su quello che abbiamo scelto di studiare, senza cominciare con i giudizi di valore.
L’ultimo punto che analizzerò è strettamente collegato al precedente. Gli studenti di Manchester concludono nel loro report: “ insomma, tutta sta roba che ho studiato, a che serve nella vita reale? “, ovvero, che attinenza ha lo studio della matematica e dei modelli economici con la realtà? Perché non possiamo comprendere pragmaticamente le soluzioni, grazie ad esempio agli accadimenti storici in ambito economico, ma invece soffermarci su metodologie deduttive? Perché dopo aver preso una laurea in economia spero di aver acquisito prima di tutto una capacità di analisi, di riuscire a interpretare dati, numeri, informazioni storiche grazie allo studio approfondito dei modelli che tentano di descrivere la realtà quantitativamente, con quel geniale linguaggio della realtà che è la matematica.

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Mi spiegherò meglio prendendo in considerazione ciò che è scritto nel report a riguardo, dove è sottolineata una certa somiglianza tra un modello fisico ed un modello economico. Gli ingegneri sanno quali gas sono approssimativamente identificabili con i gas perfetti, per questo saranno in grado di interpretare il loro studio applicandolo in modo tale che si avvicini il più possibile alla realtà. Chiaramente non succederà mai che un gas ad un certo punto decida di comportarsi in modo diverso, al massimo può essere che il modello fisico abbia precedentemente considerato dati non aderenti alla realtà, ma di certo non sarà l’atomo di idrogeno a svegliarsi al mattino e dire: “Bella! Oggi vado al negozio per comprarmi un altro elettrone ganzo, che sono stanco di fare a metà con quella bischero dell’ossigeno”. Per quanto riguarda i modelli economici è chiaro che non sia così. Di certo non si agisce tutti secondo il principio di non sazietà, tantomeno secondo una razionalità perfetta e inattaccabile, la libera scelta e l’umanità dell’individuo glielo impediscono. Allora è una perdita di tempo studiare l’oligopolio di Cournot che gli economisti inglesi citano nel loro scritto? Beh se tanto è assodato che ognuno agisce a caso, che senso ha studiare un modello che non ha niente a che fare con la realtà? Se tutti la pensassimo così è chiaro che le scienze umane non esisterebbero, la motivazione data è più che fallace. E’ chiaro che i modelli dell’economia classica non siano perfetti, altrimenti potremmo sapere in ogni caso cosa accadrà nel futuro con la stessa sicurezza grazie alla quale sappiamo che i sassi cadono. I modelli hanno una parziale rilevanza empirica perché chi li ha descritti è stato analitico, ha valutato una metodologia e ha rielaborato le informazioni in modo coerente, ed è questo il valore di un modello. La metodologia, la capacità di analisi, le interpretazioni dei dati, questo dovrebbe fare uno scienziato, naturale o economico che sia.  Sfido chiunque a passare la vita a cercare dati statistici, informazioni storiche e a studiare casi ed esperimenti senza ricondurre il tutto ad un modello o una teoria, neoclassica o innovativa che sia. Certo, chi studia sul libro prende trenta e non guarda fuori dalla finestra non sarà mai in grado di avere una visione critica, ma questo vale per qualsiasi tipo di studi e non sarà di certo una rivoluzione ideologica a mettere sullo stesso piano uno studente arido da uno sveglio e osservatore.

L’etica, la storia, la politica, sono argomenti interessanti, ed hanno un punto di incontro con l’economia, ma non sono le scienze il cui obiettivo è prendere la scelta migliore, possono essere contingenti, ma non il programma di studi. I nostri coetanei inglesi vanno premiati per l’essere andati contro corrente ed aver sostenuto con gran fervore la necessità di un cambiamento di cui non si discute la necessità, gli studenti devono essere incitati a guardare le cose in modo diverso, ad avere più punti di vista, ma non si può insegnare tutto.

Enrico Salonia