E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

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WES: bene ma non benissimo

Tra venerdì e domenica scorsi si è tenuto il Warwick Economic Summit, uno dei più grandi eventi di economia organizzati da studenti: tre giorni di conferenze a ritmo serrato, a cui hanno partecipato speaker e studenti da tutto il mondo, tra i quali una delegazione di Studenti Bocconiani Liberali.

Tornati a Milano, pensiamo che ci sia qualche considerazione da fare.

Il WES è frutto di un anno intero del lavoro di un vasto gruppo di studenti, che collabora a stretto contatto con l’università per creare un evento dai buoni contenuti, ma che colpisce sopratutto per lo sforzo logistico che richiede.

Al WES, infatti, partecipano circa 200 studenti esterni, che vengono accolti nell’hotel (sì, un hotel vero e proprio) del campus, dei quali gli organizzatori si prendono cura con notevole efficienza.

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Non solo l’organizzazione ha permesso che il campus sostenesse la presenza di 200 persone in più del solito, ma ha anche fornito diversi momenti di svago, tra colazioni, pause caffè e rinfreschi, fino al Ballo finale (che non è al livello del nostro Galà, ma non è stato affatto male).

Insomma, sotto l’aspetto organizzativo non ci sono critiche da fare e per noi che abbiamo partecipato è stato confortevole come essere in vacanza.

Tuttavia, l’aspetto più interessante del WES sono stati ovviamente gli interventi degli ospiti, che si sono distribuiti tra il pomeriggio e la sera di venerdì, tutto sabato e la mattina di domenica.

Abbiamo ascoltato Letta, il nostro ex primo ministro, parlare del futuro dell’euro, Jean-Francois Copè parlare delle soluzioni economiche e politiche al populismo dilagante, poi il premio Nobel Sir James Mirrlees commentare con tono molto pacato la “problematica” della crescente disuguaglianza e le sue cause, e ancora molti altri tra ricercatori ed economisti.

Gli interventi che abbiamo ascoltato erano fondamentalmente di due tipi.

I più interessanti e istruttivi erano le relazioni dei vari ricercatori che raccontavano dei loro ultimi lavori: abbiamo ascoltato degli ultimi progressi nello studio delle emozioni applicata alla teoria dei giochi, e abbiamo assistito alla presentazione di una nuova tecnica per misurare la felicità dei nostri antenati grazie ai libri che scrivevano.

Abbiamo anche ascoltato un divertentissimo intervento sulle caratteristiche che un leader deve avere in un mondo incerto come il nostro.

Gli interventi più controversi sono stati invece quelli sui problemi economici contemporanei, che a nostro parere sono stati interessanti, ma anche straordinariamente parziali e poco approfonditi.

Letta, ad esempio, ha parlato della crisi dell’euro, ma non ha accennato mezza volta all’insostenibilità del debito di molti dei paesi dell’eurozona; Copè si è lamentato del populismo, ma molto più di questo non ha fatto e non ha fornito grandi soluzioni; Dambisa Moyo, con il suo videomessaggio, ci ha lanciato un confuso segnale di pericolo in merito alla crescente disuguaglianza e alle conseguenze del cambiamento climatico; Sir Mirrlees, ugualmente, è stato deludente, a partire dall’introduzione del suo intervento, che si basava sulla famigerata ricerca Oxfam (che sfoggiava tecniche di misurazione fuorvianti e di cui si è molto discusso) sulla disuguaglianza della ricchezza.

Income inequality, social justice, accountability e climate change sono stati i temi più ricorrenti, nessuno particolarmente approfondito, nè discusso, ma tutti gettati nel mucchio delle preoccupazioni dell’establishment accademico e del suo pessimismo cosmico.

A esser sinceri, non ci aspettavamo altro.

I summit come questo (e Davos ci insegna) non sono fatti per mettere in discussione l’establishment, bensì per educare i giovani a nutrire le stesse preoccupazioni e lo stesso (giusto) senso di responsabilità dei nostri leader attuali.

Non è questa la sede per discutere del fatto che quegli stessi leader che sputano sentenze potrebbero essere i responsabili dei pericoli di cui ora ci avvertono corrucciando la fronte.

Ad ogni modo, abbiamo passato una divertentissima vacanza a Warwick e abbiamo anche imparato molto.

Per questo, consigliamo a tutti di partecipare l’anno prossimo.

Tuttavia, speriamo che in altre sedi ci sarà spazio per interrogarsi sulle opinioni più diffuse e per metterle in discussione, perchè non c’è avanzamento del pensiero senza uno sguardo critico sul mondo, in particolare in una disciplina così inquinata da interessi esterni come l’economia.

Se un’idea è abbracciata dall’establishment non è certo garanzia che sia corretta e come è stato giustamente detto al WES, sta a noi studenti interrogarci sul futuro.

Studenti Bocconiani Liberali

I <3 Bocconi #escile: una prospettiva hegeliana

Molti sarebbero tentati dallo spiegare il fenomeno “tette e culi per la tua università” con un noto adagio de “Il cavaliere Oscuro” per incasellare il fenomeno Joker: “Certi uomini (donne in questo caso) vogliono solo vedere bruciare il mondo”. Senza alcun fine, senza alcun motivo apparente: solo per il gusto di attizzare un’umanità varia e a tratti bestiale.
Ma nessuna interpretazione del fenomeno può essere più sbagliata di questa: qui non si tratta di voler vedere bruciare il mondo ma di una tappa fondamentale per pervenire ad una maggiore consapevolezza del ruolo che hanno le università nel formare classe dirigente. Dobbiamo perciò rinunciare alla spiegazione individuale del perché alcune ragazze “le escono”, perché la motivazione è la stessa che spinge altre ragazze “più caste” a pubblicare i loro selfie 15 volte al giorno con altrettanti filtri diversi: la voglia di ricordare agli altri e a se stessi di esistere.
A prima vista il mio potrebbe apparire un discorso paradossale, ma facciamoci aiutare da Hegel per comprendere il fenomeno e riportarlo nell’alveo della razionalità.

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Il mantra (il frame per usare un gergo più tecnico) che si va ripetendo, soprattutto nella nostra università, è il seguente: la vita è un percorso lineare. Se ti impegni prenderai bei voti. Se prendi bei voti avrai un buon lavoro. Se avrai un buon lavoro sarai felice. Questo è quello che ogni bocconiano si sente ripetere dal primo giorno in Università. Sia chiaro, se fosse vero che la vita è un percorso lineare il resto del problema sarebbe, almeno in una buona parte, vero. Questo modo di intendere la vita si riflette poi in un istinto di repulsione verso le novità che non siano accettate dalla maggioranza, e nell’incapacità di fare scelte coraggiose e di rottura. Chi bazzica l’ambiente associativo sa benissimo quanto la nostra Università sia ossessionata dalla sua immagine e come si prodighi costantemente per bloccare qualsiasi iniziativa che possa infastidire qualcuno. E questo è una variante della mentalità precedente: università fa solo cose nel mainstream, perciò non infastidirà nessuno, perciò la sua reputazione migliorerà. Ma questo non è assolutamente in linea con quello che dovrebbe essere un’università, come ho scritto qui: è solo un tentativo di mediare in quello che è uno scontro tra fazioni non ben identificate e questo non ha ovviamente nulla a che fare con la volontà di espandere la nostra conoscenza e di formare classe dirigente (che è fatta di persone con una visione indipendente rispetto a quella proposta dai vari editorialisti dei quotidiani). Questo ci introduce al fatto che molti interpretano il fenomeno “tette” nel senso “come è caduta in basso la nostra università”. Questi sono quelli che più hanno interiorizzato il discorso della nostra università, per cui, coerentemente, associare il nome Bocconi ad un paio di tette è al limite del sacrilego perché fuori da quello che è il branding pulito e rassicurante che viene proposto. E questa è la nostra tesi, in senso hegeliano.

L’antitesi è la comparsa del fenomeno tette: un paio di tette non è rassicurante e rompe lo schema precedente. Lo dimostra il fatto che la gente si spacca immediatamente in due fazioni che possiamo chiamare per comodità “allupati” e “bigotti”.
Le tette dividono, creano discussione e alimentano una gara a chi fa la battuta più divertente. Tutto questo urta la sensibilità di alcuni ed esalta la creatività di altri, in una spirale che termina per esaurimento più che per superamento.

Ma se questo articolo si propone di fare un’opera di interpretazione di stampo hegeliano, il suo compito è anche quello di preparare il terreno per il superamento di tesi e antitesi cosicché si pervenga alla sintesi vera e propria. Se la tesi è un’impostazione chiusa e bigotta rispetto alla vita e alla realtà, mentre l’antitesi è la negazione di questo per una spensierata distruzione di ogni ordine prestabilito, la sintesi deve essere, per usare un linguaggio più friendly, un mix di entrambe. E allora ecco che il fenomeno tette ci ricorda che dobbiamo prenderci un po’ meno sul serio e soprattutto che la consapevolezza di sé stessi e l’accumulazione della conoscenza non seguono sempre un percorso lineare. Quando la cappa di perbenismo e bigottismo (che in alcuni momenti possono svolgere un ruolo inconsciamente salvifico) diventa insopportabile si creano naturalmente le condizioni per la rottura. E rispetto a quello che è l’establishment di questo paese una rottura è necessaria ed è doveroso che arrivi proprio da quelle università che si propongono, per ragioni storiche, di sfornare classe dirigente.
Su una cosa, infatti, possiamo stare assolutamente tranquilli: se la classe dirigente del futuro sarà peggiore di quella attuale, non lo sarà perché ci sono gli allupati e le tipe che “escono” le tette.

Nicolò Bragazza

Punirne cento per educarne uno

Un giorno mi sono chiesto come un liberale come me potesse essere a favore di un’operazione economica centralizzata, politicizzata, pianificata e recessiva come l’Austerity.

Mi son risposto che la crisi economica ha spinto gli Stati a versare molti danari come argine, che ora questi soldi vanno trovati. E tutto sommato, già che questi soldi van trovati, la crisi (già che c’è) può essere la buona scusa per ridimensionare le politiche di Stati particolarmente spendaccioni, inefficienti, improduttivi e spesso criminali nei confronti dei loro stessi cittadini, come accade nei fantomatici Paesi del Sud Europa.

Molto bene, ha senso. Mi sono tranquillizzato, convinto che il mio essere pro-austerity mi collocasse dalla parte del giusto.
Ricordo però un giorno di aver visto una tabella su “come gli stati europei si vedono fra loro”, e che in essa i Greci si considerassero i maggiori lavoratori in Europa. Mi son fatto una risata, mi son connesso su fb, ho visto alcuni amici che si facevano una risata sullo stesso articolo, e sono andato a letto tranquillo.
Il giorno dopo però d’improvviso notai che l’Italia era considerata da qualcuno come uno dei paesi meno lavoratori, e mi è apparso strano. Ogni giorno chiude un’impresa, qualcuno per non chiudere o perdere il posto sostiene ritmi forsennati. I piccoli imprenditori indebitano la casa, spesso la vita, e spesso non solo la loro vita, per aver accesso al credito e poter lavorare. E ho pensato che non è vero che siamo i meno lavoratori d’Europa, e pur tuttavia, se fossi stato uno straniero, probabilmente avrei pensato io stesso che siamo dei fannulloni. E provando ad accordare questi due pensieri, mi son reso conto che probabilmente, quello che gli stranieri pensino sia l’Italia, in realtà è lo Stato italiano. Non sono i LAVORATORI ITALIANI a non essere produttivi, ma è lo STATO ITALIANO, inteso come baraccone politico che utilizza la Pubblica Amministrazione come strumento di arricchimento e scambio di favori nei confronti di conniventi e amici trombati alle elezioni.

E ho pensato che allora, se è così per l’Italia, forse è così anche per la Grecia, e potrebbe quindi essere vero che i Greci che ancora hanno un lavoro siano fra i più grandi lavoratori d’Europa, timorosi di perdere quel poco che ancora hanno, e probabilmente anche in Grecia il problema non sta nelle imprese greche, ma nello sperpero di denaro pubblico compiuto in tutti questi anni dai governi che si sono susseguiti, dalle spese non giustificate delle regioni, dai soldi maldistribuiti (per inefficienza o per favoreggiamento) alle municipalizzate.
E allora ho capito che in quest’Austerity c’è qualcosa di sbagliato, perché dovrebbe rivolgersi ai governi, ma finisce per essere pagata invece dai cittadini, dai “consumatori finali”.

Come se fosse una specie di IVA, che ripercorre tutta la filiera di produzione (contadino -> redistributore -> panettiere ->consumatore) per essere alla fine pagata tutta e interamente dall’ultimo che acquista la merce, così l’Austerity (Europa-> Governi nazionali-> cittadini) viene, alla fin fine, pagata tutta e interamente dall’ultimo che rimane nella “filiera di Sovranità”, cioè il cittadino, le imprese private, i lavoratori dipendenti, i liberi professionisti, gli artigiani.
Insomma: 1) I cittadini lavorano, 2) gli stati sprecano le risorse, 3) le risorse ormai non ci sono più, e allora 4) l’Europa dice “fermi tutti, gli stati non dovranno più sprecare, ordiniamo l’austerity”. Eppure gli stati continuano a sprecare, perché come fosse semplicemente un passaggio, scaricano tutta l’austerity sui cittadini, offrendo minori servizi, più tasse, più tasse, più tasse e più tasse, facendo rimbalzare semplicemente la palla dell’austerity a un altro.

E allora, per assurdo, si può verificare la situazione in cui un Greco magari effettivamente LAVORI più di un Tedesco, ma lo Stato greco sperperi molto più di quello tedesco, e così il lavoro del cittadino greco non è abbastanza, deve lavorare di più, deve fare di più, deve pagare il debito, deve vendersi l’azienda, la casa, l’istruzione, e intanto lo Stato greco continua a star lì, immobile, a fagocitare tutto.

“Certo”, mi son subito obiettato, “magari è così, ma i loro politici mafiosi non li ho mica votati io, sono stati loro” Già, e allora perché ho votato i nostri, di politici? A ripensarci, non ho votato nemmeno i nostri. A ripensarci, anzi, ho sempre votato il miglior candidato possibile, a volte votando perfino partiti dell’1%. Ma d’altronde uno non può inventarsi un candidato migliore di quelli che effettivamente ci sono, io non posso votare qualcuno che non sia fra i candidati presenti.

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E i candidati presenti sono sempre quelli, sempre collusi, conniventi con la crisi, parassitari e parassiti. Ed ecco che allora la situazione è un po’ più complessa: non basta, dal punto di vista dell’Europa, 1) imporre l’Austerity agli stati, 2) sperando che questi siano efficienti, 3) sperando che i cittadini possano controllare i loro stati ad agire per il meglio, 4) punendo (tramite le elezioni) quei partiti che non sappiano governare bene la Cosa Pubblica. In questo sistema c’è una falla, e cioè che EFFETTIVAMENTE i cittadini NON POSSONO controllare i loro stati ad agire per il meglio, e così facendo, sono infine gli ultimi e gli unici a pagare tutto.

Viviamo ad oggi in uno Stato politico che, come un’arma che si autodifenda e non si possa disinnescare, non è tenuto a giustificare nulla a nessuno, non si può modificare e, messo (dall’Europa) in condizioni di dover rendere conto a qualcuno, scarica il lavoro a qualcun altro (i cittadini) senza che possa tornargli indietro.

Andrea Inversini

Neoliberismo: la genesi di una disgrazia lessicale

Pubblichiamo, a puntate, la traduzione di “Neoliberalism: the origin of a political swearword” di Oliver Marc Hartwich, per gentile concessione dell’ autore. “Un’ utilità della storia è quella di liberarci da un passato immaginario. Meno sappiamo di come le idee … Continua a leggere

Colpevoli fino a prova contraria

Prima di tutto i fatti: da oggi, l’Agenzia delle Entrate avrà la facoltà (e ne siamo certi: la utilizzerà) di accedere ad ogni rapporto finanziario intercorso durante il 2013 tra ciascun contribuente italiano ed il suo istituto bancario.
Più precisamente, il Provvedimento 18269 emanato dal Direttore dell’Agenzia richiede ad ogni intermediario finanziario operante sul territorio italiano di comunicare, appunto entro il 2 marzo, tutti i rapporti instauratisi nel 2013; il termine per la comunicazione dei dati relativi al 2014 è fissata invece per il 29 maggio.

Niente di nuovo sotto il sole: i più attenti ricorderanno infatti che la decisione fu presa per la prima volta nel 2007 per quanto riguarda le comunicazioni mensili, e nel 2010 per le comunicazioni annuali. Il ritorno in auge della questione è dovuto al fatto che per 2013 e 2014 era (stranamente, ci concederete) stata disposta, sempre per mano dell’Agenzia delle Entrate, l’interruzione del flusso di informazioni. Il recente provvedimento strutturalizza ciò che da oggi in poi diventerà prassi: dal 2016, entro il 15 febbraio andranno comunicati i dati annuali dell’anno solare precedente.
Analizzando nel dettaglio il documento, si nota come i dati da comunicare posseggano un livello di dettaglio notevole: non solo saldi di conti correnti, ma persino il numero volte in cui un titolare abbia avuto accesso alla propria cassetta di sicurezza. Ma non è finita qui: anche i “non-titolari di rapporto” sono interessati dal provvedimento. Le banche dovranno infatti trasmettere anche le operazioni “allo sportello” (come prelievi di contante presso una banca diversa dalla propria, oppure acquisto di valuta estera), a prescindere che si parli di 10 o 10.000€. Tutto normale?

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Il punto nevralgico della questione è l’utilizzo che l’Agenzia delle Entrate farà dei suddetti dati. Il Decreto Legge 201 del dicembre 2011 varato dal governo Monti stabiliva che le informazioni dovessero esclusivamente essere impiegate al fine di redigere delle liste di controllo selettive (“sono utilizzate dall’Agenzia delle entrate per la individuazione dei contribuenti a maggior rischio di evasione da sottoporre a controllo”). Con la recente legge di stabilità approvata dal governo Renzi si passa dalla padella alla brace, dal momento che si legittima un uso molto più ampio dei dati annuali, come specificato nell’articolo 1, comma 314: “Oltre che ai fini previsti dall’articolo 7 […] le informazioni comunicate […] sono utilizzate dall’Agenzia delle entrate per le analisi del rischio di evasione. Le medesime informazioni, inclusive del valore medio di giacenza annuo di depositi e conti correnti bancari e postali, sono altresì utilizzate ai fini della semplificazione degli adempimenti dei cittadini in merito alla compilazione della dichiarazione sostitutiva unica […] nonché in sede di controllo sulla veridicità dei dati dichiarati nella medesima dichiarazione”. Le procedure sottostanti le “analisi del rischio di evasione” sono ancora in attesa di essere ufficialmente rese note, ma, per esperienza, tenderemmo ad adottare un’interpretazione estensiva del concetto e, molto probabilmente lesiva della libertà individuale.

Chiara e decisa deve essere la posizione contro questi provvedimenti infidi e liberticidi: infidi perché sempre più spesso la vera natura dell’atto è mascherata dietro al sempreverde e pericoloso ricorso al ragionamento del “tutto è lecito pur di combattere l’evasione fiscale”; liberticidi perché attraverso un innegabile condizionamento, perseguito per mezzo del controllo sistematico, questo Stato osservatore, sempre più impostato sulla “cultura del sospetto”, commette un vero e proprio atto di violenza nei confronti delle scelte economiche del singolo individuo e, dal momento che la libertà economica è condizione necessaria e presupposto irrinunciabile di quella individuale, anche verso quest’ultima.
Contro i benpensanti statalisti che sistematicamente si inchinano al Fisco, contro i salotti buoni della stampa, che “come facciamo a criticare? È per la lotta all’evasione!”, e contro i vari organi presunti garanti delle libertà democratiche fondamentali, sempre pronti a questionare su cavilli burocratici ma altrettanto sempre colpevolmente muti quando un ente statale compie impunite intrusioni all’interno della vita privata dei cittadini siamo, oggi come sempre, #dallapartedeglioppressi.

Gianluca Franti

Università Libera

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Le attività associative in Bocconi sono sottoposte alle decisioni di un organo, il Comitato Attività Studentesche Associative (CASA), che decide quali proposte degli studenti possano essere realizzate e quali invece no. Per quanto il CASA possieda notevoli margini di discrezionalità, i … Continua a leggere

Verso l’ infinito e oltre!

Molti pensano che la libera iniziativa individuale sia qualcosa da tenere sotto controllo.
Molti credono che gli esseri umani siano pericolosi per se stessi e per gli altri se si lascia loro troppo spazio per muoversi, sognare e sbagliare. Qualche volta mi è stato persino detto che, in generale, la gente mica sa cosa vuole, che c’è bisogno di qualcuno che indichi loro la strada.
Io non sono d’accordo e oggi non vi racconto una storia di libertà calpestata, di quelle frustranti e che ti fanno incazzare, come di solito se ne leggono su questo blog. Oggi vi racconto la storia di un progetto ideato da uomini e donne liberi, che hanno in mente di fare qualcosa di grande, e non – badate bene!- perchè qualcuno gli abbia detto di farlo, ma perchè credono che così facendo entreranno nella storia, lasceranno un segno e – possibilmente – ricaveranno anche un discreto profitto.

Queste persone hanno deciso di colonizzare Marte.

Proprio così, stabiliranno una colonia su Marte spendendo i soldi provenienti solo da sponsor e donazioni volontarie, un po’ per la soddisfazione di dire di essere stati i primi ad andarci, e un po’ perchè vogliono girare una sorta di reality show. Non si tratta di un progetto governativo. La NASA o l’ESA non c’entrano nulla. Manderanno gente su Marte e noi seguiremo le loro vicende in streaming dal cellulare, senza muoverci dal nostro salotto. Provate a dirmi che non è meglio dell’Isola dei Famosi.

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In questo momento il processo di selezione del reality show interplanetario è nella fase finale. Le ultime 100 persone, da 200.000 che si sono presentate alla prima chiamata, verranno ridotte a 24 individui, scelti per essere i primi umani a lasciare per sempre la Terra.
Verranno addestrati per i prossimi anni e poi inviati sul pianeta rosso a coppie, ciascuna a distanza di due anni dall’altra, finchè non si sarà insediata una colonia autosufficiente. Tra loro ci saranno medici, ingegneri, botanici. Coltiveranno il loro cibo e si procureranno ciò di cui hanno bisogno in loco. Non torneranno, vivranno il resto della loro vita su Marte ed entreranno nei libri di storia.
La società che li ha mandati, invece, a fronte di un discreto investimento, si aggiudicherà i diritti televisivi di uno degli spettacoli più interessanti che avremo modo di vedere per un bel pezzo.
Ventiquattro persone abbandoneranno la loro vita, a fronte di un notevole rischio di esplodere in aria ancor prima di arrivare a destinazione, per poi vivere un’esistenza intera su un pianeta senz’aria, freddo come l’Antardide e bombardato di radiazioni, mentre chi ha ideato la missione e li ha spediti lassù vivrà e si godrà i frutti del proprio investimento.

Se non è mercato libero questo, non so cosa lo sia. La parte migliore, e il motivo per cui ho deciso di scrivere queste righe, è che va benissimo così.

Quelle persone hanno deciso per se stesse, coscienti dei loro rischi. Quei pionieri sono disposti a morire per lasciare un segno, per sapere che saranno ricordati negli anni a venire. Andranno lassù perchè qualcuno reputa profittevole mandarceli, non perchè qualcuno ha deciso che è giusto così, arrogandosi il diritto di prendere i soldi altrui per finanziarsi.
In tutto questo non c’è alcun cinismo, nessuno sfruttamento, nessun sopruso.
L’iniziativa di quelle persone porrà le basi per una futura impresa di infinito valore, autonoma e spontanea. Perchè la gente sa quello che vuole, lo sa meglio di chi la governa. Sa scegliere meglio di chiunque altro cosa fare del proprio denaro, del proprio tempo e in assoluto della propria vita. Questa missione è un inno alla libertà individuale e ai traguardi che può raggiungere. Le persone che vi parteciperanno daranno un senso alla propria vita, i suoi ideatori diventeranno verosimilmente molto ricchi e, cosa più importante di tutte, noi avremo finalmente qualcosa da vedere in tivù. Questa è liberta ed è per questo che vale la pena battersi. Per favore, chiamatemi se qualche istituzione governativa riesce a fare di meglio.

Alessandro D’ Amico

Nda: la società ideatrice della missione si chiama Mars One, qui trovate ogni possibile dettaglio (http://www.mars-one.com/).

C’è un giudice, ma è a Nottingham

“Fatti straordinari richiedono interventi straordinari”: è il 2008 quando il ministro delle Finanze – di un Governo che tutti ricordiamo come particolarmente lib(b)erale – istituisce con decreto legge un’ addizionale sull’ IRES dal 6,5% al 10,5% a carico delle imprese che operano nel settore dell’ energia.
Colto da un velleitario ma indubbiamente genuino impeto redistributivo, Tremonti battezza la sua creatura “Robin Hood Tax”, la tassa che toglierà ai petrolieri – e poi anche ad altre categorie di operatori energetici, compresi i produttori da rinnovabili… – per finanziare la social card per gli anziani poveri (sic).
La “congiuntura economica eccezionale” posta a giustificazione dell’aggravio fiscale è, nel frattempo e come da prassi, diventata strutturale e senza limiti di tempo (un po’come quelle accise sui carburanti dalla genesi leggendaria); prevedibilmente le conseguenze per il settore energetico sono state negative in termini di investimenti e di prezzi per i consumatori finali e il gettito è stato lungi dall’essere impiegato per finalità solidaristiche.
Sette anni dopo, la Robin Tax – che nell’ ultimo anno ha consentito di incassare circa un miliardo di euro dalle società energetiche- viene dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, per motivi legati all’ assenza di delimitazione temporale della sua applicazione, all’ impossibilità di prevedere meccanismi a garanzia della non-traslazione dell’aggravio fiscale dalle imprese ai consumatori finali, e perchè la stessa norma, nata come imposta sugli extra-profitti, si configurava in realtà come una maggiorazione d’ aliquota applicata all’ intero reddito d’impresa.
Il tutto apparirebbe piuttosto ragionevole, se non fosse per il particolare non irrilevante che la pronuncia di incostituzionalità non avrà effetti retroattivi. La norma è incostituzionale sì, ma solo “pro futuro”, a partire dal giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

robin hood
Quanto versato dai contribuenti non verrà restituito, perchè, viene spiegato nella sentenza della Corte, “l’ impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari determinerebbe uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra aggiuntiva”.
L’ aver scelto di abdicare ad un principio di rule of law per ragioni di convenienza amministrativa non è ciò che definirei un precedente rassicurante per il contribuente che deve già avere a che fare con un fisco molte volte arbitrario e norme tributarie complesse, spesso non univoche e ancor più spesso modificate a discrezione dei politici di turno.
Quante altre norme tributarie potenzialmente incostituzionali possiamo aspettarci, e qual è la probabilità che quanto pagato indebitamente al Fisco ci venga rimborsato?
E’ giustificabile trattenere un pagamento non dovuto, facendosi scudo della volontà di preservare le finanze statali?
<<Per diritto di natura è equo che nessuno possa arricchirsi a danno di un altro e in difformità dal diritto>>
Sì, a meno che il soggetto della frase sia “lo Stato”, e il complemento di svantaggio “i contribuenti”

Alice Speranza

Si parla di Islam ed è subito pomeriggio 5

“Togliamo la cittadinanza e/o arrestiamo quelli che sono andati a combattere in Siria”

Questo è uno dei mantra ripetuti in questi giorni. Semplice, diretto e non può che trovare tutti d’accordo: nessuno vorrebbe avere a che fare con qualcuno che ha imbracciato Kalashnikov combattendo fianco a fianco con i tagliagole dell’ISIS.
In quella frase ci sono tutti gli ingredienti, quindi, per ispirare il contenuto di qualche legge che, sicuramente, verrebbe approvata in tutta fretta per mostrare la risposta rapida e muscolare del nostro governo.

Non è una sparata o la boutade del giorno: quelli che affermano questo fanno un discorso molto pericoloso di cui non comprendono appieno gli effetti.
La possibilità di revocare la cittadinanza per un qualche tipo di reato (non esiste il reato di “viaggio per combattere al fianco di tagliagole”) è la morte di quel tipo di stato che pone la libertà e i diritti individuali come argine all’arbitrio dell’elité dominante. Se si levasse la cittadinanza a quei cittadini che partono per la Siria, si creerebbe un precedente pericolosissimo: il godimento dei diritti politici verrebbe legato ad una condotta. Qual è il confine tra condotte che garantiscono il godimento dei diritti politici e quelle che non lo garantiscono? A questo punto, chiaramente, il confine diventa esclusivamente di natura politica e, in quanto tale, arbitrario. Situazioni contingenti produrrebbero conseguenze di cui è davvero impossibile prevedere gli esiti e questo risulterebbe in contraddizione con la natura di uno stato liberale, dove l’obiettivo è anche la minimizzazione dell’incertezza prodotta dall’arbitrio.

Allo stesso modo è necessario criticare aspramente chi propone l’arresto immediato per chi torna dalla Siria. Quale sarebbe il reato contestato e quali sarebbero le prove? E’ necessario rispondere anche a queste domande  se si vogliono tutelare i diritti individuali e le garanzie che la legge pone per difendersi dai soprusi. Non tutelarli per una situazione contingente crea un precedente. Quale sarà la prossima emergenza da affrontare e quanti diritti violeremo per farvi fronte? Non lo sappiamo e tremo all’idea.

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P.S.
1) Esistono altri metodi di carattere eccezionale che possono essere utilizzati in situazioni eccezionali, come la sorveglianza da parte dei servizi di intelligence, che è per sua natura mirata e che tende a minimizzare l’intrusione nei diritti individuali della comunità, che verrebbero ridotti nel caso si ricorresse alla produzione di leggi ad hoc che hanno sempre carattere generale.

2) il titolo è una citazione.

Nicolò Bragazza

Thinking before Re-thinking

A seguito del nostro articolo “Post-Crash, la Matematica non è un Reato”, critico su uno degli aspetti della proposta complessiva delle varie sigle sostenitrici di quello che chiameremo (non senza ironia) “pluralismo” nelle scienze sociali, su  Pagina99 e’ comparsa una risposta che attacca il BocconianoLiberale a tutto campo “Quello che il Bocconiano Liberale non capisce”.

 

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Tra le altre cose, in chiusura si dice che siamo dogmatici in tutto perchè dichiariamo di essere ideologici. Purtroppo questa conclusione non rende giustizia al resto del pezzo, contenente anche diversi spunti interessanti e ben scritto. Dichiarare di essere ideologici e’ un atto di onesta’ intellettuale, dal momento che
tutti possiedono una (parziale) visione del mondo. Anche gli amici di Rethinking Economics hanno, sicuramente, una visione del mondo parziale, ma preliminarmente al dibattito che essi vogliono stimolare e’ utile ricordare che l’approccio scientifico ai problemi presuppone esattamente uno sforzo, da parte di chi li affronta, a farlo in maniera il più possibile distaccata.

Il “metodo neoclassico” criticato dai pluralisti non corrisponde a nessun metodo particolare per chi lo adotta, se non alla tendenza a separare i fatti dalle prese di posizione, l’analisi positiva da quella normativa, le premesse dalle conclusioni, sopratutto quando le seconde non sono quelle che le proprie preferenze porterebbero a gradire di più. In questo senso esso non ha alcun portato ideologico, a differenza delle scuole “alternative” che si vorrebbe porre sullo stesso piano dell’economia mainstream.

Perchè chi si dice ideologicamente liberale, allora, difende una metodologia il cui principale vantaggio, proprio secondo chi la difende, e’ l’essere a-valutativa, neutrale rispetto ai valori?

Conoscere per deliberare, diceva qualcuno. Sforzarsi di mettere le proprie opinioni alla prova dei fatti, e non usarle come una clava, aggiungeremmo noi. Senza per questo affermare che le posizioni politiche debbano prescindere da considerazioni di natura valoriale, ovviamente: e li’ sta il rifiuto del principio efficientista e tecnocratico che lo stesso Fraccaroli poteva rintracciare nella auto-descrizione che ha avuto la perizia di leggere.

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Veniamo al contributo apparso su Pagina99 circa la matematica: il punto non e’ distinguere tra argomenti qualitativi e quantitativi, e ne diamo atto al Fraccaroli, ma utilizzare un linguaggio che evidenzi chiaramente ogni passaggio logico, ogni argomentazione, la conseguenza di ogni ipotesi – accade che il linguaggio matematico serva meglio d’altri allo scopo. Chi alla matematica non e’ nuovo sa bene che l’economia non usa solo l’analisi, il calcolo delle probabilità e la statistica inferenziale, ma ha ormai acquisito strumenti della logica, della teoria degli insiemi, della teoria della misura, etc. : si tratta di attrezzi utili non a “quantificare”, ma a spiegare in maniera priva di ambiguità quanto si ha da dire.

Certo, ogni linguaggio ha i suoi limiti, ma opporsi alla matematizzazione con l’argomento che questa implichi un restringimento dell’analisi alle sole questioni quantitative significa non avere idea di ciò’ di cui si sta discutendo. Ma l’attacco di Rethinking Economics e’ piu’ generale, come si conviene a ogni progetto ambizioso: essi richiedono “un’apertura dell’insegnamento verso altri approcci teorici, atri approcci metodologici e altre discipline sociali ed umanistiche, senza le quali (sic) l’economia non può fare a meno”. Non “contro” la matematica e la modellistica, ma a favore di un “affiancamento” di altre metodologie.

Si tratta di un fenomeno carsico, quello dell’attacco alla torre del pensiero mainstream, con la solita accusa di dogmatismo e chiusura, che e’ ricomparso cosi’ spesso da aver ormai esaurito quasi tutte le cartucce. E’ un peccato dover segnalare ai pluralisti se da un lato essi cercano di combattere una battaglia senza senso perché già vinta, dall’altra nel farlo rendono evidente il tentativo di riportare in auge teorie scartate nel processo evolutivo della scienza economica.
Se l’obiettivo e’ aprire l’economia neoclassica a contributi provenienti da altre scuole e altre discipline, l’invito arriva tardi: già nel 1974 veniva assegnato un premio Nobel ad Hayek, non certo un economista mainstream. I contributi di Hayek sono stati esaminati, analizzati e digeriti dalla teoria mainstream. Questo non e’ accaduto solo con Hayek, ma e’ un processo continuo: Thomas Schelling ha vinto il Nobel nel 2005: facile notare i punti di contatto tra il lavoro di Schelling, il lavoro di Kenneth Waltz e altri studiosi delle Relazioni Internazionali; anche Oliver Williamson, Elinor Ostrom e Douglass North hanno vinto il Nobel, e il loro lavoro (“istituzionalista”) e’ ampiamente citato in vari ambiti della letteratura mainstream. Negli ultimi anni ha acquisito una certa notorietà anche il lavoro di Daniel Kahnemahn, altro premio Nobel: parecchio strana, questa dogmatica teoria mainstream che assume tutti perfettamente razionali e poi riesce a valorizzare i contributi di un intero filone (behavioural, per non dire della letteratura di decision theory) basato sull’abbandono dell’ipotesi di razionalita’. L’economia si e’ cosi’ aperta al contributo di psicologi, scienziati politici, sociologi, politologi, storici: studiosi come Joachim Voth o Avner Greif rappresentano una lettura indispensabile per molti economisti.
Insomma, se gli amici di Rethinking Economics chiedono l’apertura, forse discutono dell’economia del 1960. Nel 2014, la loro battaglia e’ gia’ vinta. Ma allora, come si diceva sopra, forse l’obiettivo era un altro. Pur dicendosi pluralisti, vogliono, in fondo, una disciplina più ideologizzata nel metodo d’indagine, basata su scuole schierate in base a opposti dogmatismi. Parlano, non a caso, di aprire a metodologie che già da sole sono accompagnate da una etichetta che ne definisce premesse, conclusioni e scopi.

Appelli come quello che leggiamo sono diventati popolari non dimostrando i problemi dell’economia neoclassica (o dell’assunto metodologico che sostiene il mainstream), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei contributi si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. In un articolo di quasi due anni fa, Alberto Bisin scriveva che non e’ corretto affermare che non vi sia “distinzione alcuna tra economisti, che sono tutti d’accordo su tutto (…). È che l’economia come è concepita in Italia, dibattito tra scuole ideologiche contrapposte, non esiste (da molto ma molto tempo). L’economia è un metodo comune con diverse applicazioni: gli economisti discutono modelli diversi e quanto questi si avvicinino alla realtà dei dati – basta esser stato ad un seminario in un buon dipartimento per accorgersi che le discussioni sono spesso vivaci, ma mai tra “scuole” che parlano linguaggi diversi”.
Pur consapevoli che lo stato attuale della scienza economica, nonostante non possa vantare unicamente successi, e’ tale da permettere aggiustamenti anche sostanziali nel modo di affrontare i problemi, coloro i quali definiscono se stessi pluralisti sembrano tradire da subito l’intenzione di diventare molto più ortodossi e dogmatici nel caso in cui dovessero per caso diventare egemoni. Tra gli approcci da rivalutare compaiono cosi’ il keynesismo pre-1980, nonostante il suo superamento non sia stato un accidente, ma dovuto all’emergere di problemi teorici profondi nella teoria mainstream precedente alla rivoluzione delle rational expectations. Bisogna anzi dire chiaramente che, in un mondo come quello propostoci da chi si definisce pluralista, un cambiamento di paradigma poderoso come quello avvenuto a cavallo dei primi anni ’80 sarebbe impossibile: ogni critica verrebbe etichettata come un prodotto di scuola, ogni argomento diventerebbe oggetto di battaglia di parte.
Torniamo al punto di partenza, allora: noi siamo liberali, e lo rivendichiamo. Questo implica pero’ che riteniamo che l’accademia debba essere libera da oscene balcanizzazioni.

Crediamo nell’autonomia individuale e nell’insegnamento libero.

Non crediamo per questo che l’economia oggi sia insegnata sempre nel modo migliore: forse si potrebbe stimolare di più il pensiero critico riducendo l’importanza delle lezioni frontali e aumentando il peso della produzione autonoma dello studente, forse si potrebbe strutturare in modo più intelligente il passaggio attraverso la modellizzazione, l’inferenza, il rapporto coi dati.
Aprire alle “eterodossie” significa, d’altra parte, privare l’economia di uno dei suoi grandi privilegi: un linguaggio comune a chi parte da premesse valoriali molto distanti, in grado di permettere a chiunque di verificare, comprendere e contestare le affermazioni che legge, senza per questo dover etichettare o essere etichettato. Questo gli amici di Rethinking Economics non lo capiscono, o forse lo capiscono, e hanno cosi’ poca fiducia della sostenibilità delle proprie proposte da preferire un mondo in cui ci si urla addosso a un mondo in cui le opinioni vengono pesate per quello che sono, e non in base all’appartenenza di chi le presenta o all’etichetta ideologica di comodo attribuita da chi le contesta.

Studenti Bocconiani Liberali – Milton Friedman Society


L’infallibile Sorgenia

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Tanto tempo, così si racconta, esisteva un mercato in cui tutti potevano fallire, fare bancarotta, chiudere e andare avanti. Dico tanto tempo fa perché, come sappiamo tutti, ora non è mica più così. Ora per poter fallire bisogna essere persone … Continua a leggere

Sesso, Droga e Rock’n Roll

Un grande passo per lo Stato, un piccolo passo per la comunità: da quest’anno verranno conteggiate nel calcolo del PIL anche le attività illegali. Le ultime stime disponibili risalivano al 2007, quando Obama non era ancora stato eletto e Prodi non si era ancora congedato dalla vita politica. In ogni caso, la situazione allora era questa:
L’11,2% della popolazione nazionale tra i 15 e i 64 anni consuma annualmente 1172 tonnellate di cannabis (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, 2005) e l’offerta di sesso oscilla tra un minimo di 17,500 (Parsec Consortium, 2006) e un massimo di 70,000 sex workers (Osservatorio permanente sulla prostituzione, 2007), di cui intorno al 60% lavora per strada.

Tuttavia, in termini reali, cosa cambia? Sembra nulla. Infatti, la regola è ancora la stessa: fumo e puttane fanno andare all’inferno.
La strategia di Gianfranco Fini ed in generale del blocco cattolico è stata quella di bloccare il mercato dei due beni per limitarne il consumo. La Francia aveva già impiegato una soluzione simile per quanto riguarda i bordelli. Risultato? I Francesi hanno spostato il loro consumo su beni del mercato tedesco.

SDRR

In ogni caso, dare la caccia ai pusher e picchiare le prostitute ha dei risvolti economici, e neppure inconsistenti. Ottimisticamente guardiamo ai mancati guadagni.
Partiamo dalla cannabis: considerando un prezzo sul mercato nero intorno ai 7 euro al grammo, ci troviamo davanti ad un giro d’affari di circa 27,075 miliardi di euro. Ipotizzando l’applicazione di una tassa sul consumo e il risparmio derivante dalla cessazione della politica proibizionista (ben 943 mln!), le casse dello Stato registrerebbero un’entrata annuale di almeno 6,358 miliardi.
Cambiando bene di consumo, stimiamo che il business valga annualmente, prendendo come prezzo medio 30 euro per una prostituta di strada e 175 per una che lavora in casa e come numero di prestazioni giornaliere 10 per tutta la settimana, 10 miliardi. Anche in questo caso, se le new entry dell’albo dei professionisti avessero la possibilità di aprire una loro partita IVA, si avrebbe un guadagno pubblica di almeno 2 miliardi circa.
Volendo rimanere nel concreto facciamo un paragone con qualcuno che sta sbocciando a forza di legalizzare: l’Olanda ha un’industria del sesso che fattura circa 625 milioni di dollari l’anno, sui quali impone una tassa del 33%, mentre il consumo di cannabis frutta 400 milioni di IVA.
Recentemente anche l’Uruguay ha adottato una politica più morbida con le canne, ben lungi dall’avvicinarci ai radicali ma riconoscendo che siano gli unici a fregarsene un minimo, ci si domanda se nel loro prossimo spot Pannella menzionerà anche loro.

Giovanni Trebbi

Confused libertarians sulla politica estera

Quando le questioni di politica estera sembrano nascondere sotto il tappeto i giganteschi problemi che il nostro paese deve affrontare in campo economico, ecco che noi liberali mostriamo tutta la nostra inadeguatezza dinanzi agli scenari geopolitici e al ruolo che dovrebbe avere il nostro Paese sullo scacchiere internazionale.
Inizia la guerra delle fazioni: i liberali pro Putin e i liberali pro Stati Uniti; i liberali pro Israele e i liberali pro Palestinesi (non ne ho mai visti, ma presumo che ci siano, non foss’altro per l’insopprimibile voglia di distinguersi dal gregge). E, ovviamente, come ogni tifoseria che si rispetti, le argomentazioni sono per lo piu’ scadenti e del tipo: ” Gli US sono un faro di liberta’ e democrazia, Putin e’ un dittatore che non rispetta i diritti umani, quindi Ucraina libera” e altre stupidaggini di questo tenore. Non che gli USA non siano un faro di liberta’ e democrazia e Putin non sia un dittatore, ma da queste affermazioni non consegue “Ucraina libera” e non consegue nemmeno la legittimita’ di sanzioni francamente ridicole e che non fanno altro che esasperare il confront0.
Non mi voglio dilungare e quindi non vi diro’ quali siano le mie idee in merito a questi temi che decidono alcuni equilibri su base regionale e non mondiale. Pero’ vorrei provare a punzecchiare gli amici liberali su un punto: dopo aver fatto tutti i discorsi su cosa conviene agli US o alla Russia o a Israele, possiamo per favore concentrarci su cosa converrebbe fare al nostro paese? Il suo ruolo deve essere sempre forzatamente appiattito agli interessi di altre potenze (anche contro i nostri interessi) o, in un mondo che sembra destinato a diventare sempre piu’ multipolare, ha senso chiedersi che ruolo potrebbe giocare a livello europeo e mediterraneo? europe2

Nicolo’ Bragazza

31.07.1912

Da Commenting Heights, intervista (2000):

La libertà richiede che gli individui siano liberi di impiegare le loro risorse nel modo che desiderano, e la società moderna impone l’ esigenza di cooperazione tra un vasto  numero di persone. La domanda  è: come è possibile avere cooperazione senza coercizione? E’ inevitabile che sotto una direzione centralizzata si abbia coercizione. L’ unico modo  che sia mai stato scoperto per avere un vasto numero di persone che collaborino insieme volontariamente è attraverso il libero mercato. E questo è il motivo per cui è essenziale preservare la libertà individuale.

Il dettaglio più importante a proposito del libero mercato è che nessuno scambio ha luogo senza che entrambe le parti ne traggano beneficio. La grande differenza tra la coercizione da parte dello Stato e gli scambi di mercato fra privati è che il governo può usare la sua forza coercitiva per creare un commercio nel quale A guadagna e B perde. Ma in un contesto di mercato, se A e B arrivano ad un accordo volontario, è perché entrambi hanno da guadagnarci.

Da Free to Choose (1980):

Come scrisse Adam Smith più di 200 anni fa, nel mercato economico le persone che intendono perseguire solo il proprio interesse individuale sono condotte da una mano invisibile a servire interessi pubblici che non era nelle loro intenzioni promuovere. Anche nel mercato politico opera una mano invisibile, ma disgraziatamente funziona nella direzione opposta. Le persone che si propongono di agire unicamente nel pubblico interesse sono guidate da una mano invisibile a servire interessi privati che non era loro intenzione promuovere. La ragione è semplice: l’ interesse generale è diffuso tra milioni e milioni di persone, l’ interesse particolare è concentrato. Quando i riformatori ottengono l’ approvazione di una misura, passano alla prossima crociata, senza lasciarsi nessuno dietro a tutelare l’ interesse pubblico. Ciò che si lasciano dietro è denaro e potere, e gli interessi particolari che possono beneficiare di quel denaro e di quel potere fanno in fretta ad impadronirsene a spese della maggior parte di noi. Oggi, dopo 50 anni di esperienza, è chiaro che non conta veramente chi risiede in quella casa (la Casa Bianca, ndr), lo Stato continuerà a crescere finchè la maggior parte di noi crederà che il miglior modo di risolvere i nostri problemi è fare affidamento su di esso.

Oggi, in un Paese dopo l’ altro, il più forte interesse particolare è diventato la burocrazia, sempre più inamovibile sia a livello nazionale sia a livello locale. Inoltre, ognuno di noi riceve particolari benefici dall’ uno o dall’ altro intervento pubblico. La tentazione è di cercare di ridurre l’ intervento pubblico a spese di qualcun altro, conservando nello stesso tempo i nostri privilegi particolari, e l’ unico esito non può che essere una situazione di stallo.

Abbiamo dimenticato le verità essenziali che i fondatori di questo paese conoscevano così bene: che la più grande minaccia alla  libertà umana è la concentrazione di potere, nelle mani dello Stato come di chiunque altro. In tutto il mondo occidentale, un numero sempre più grande di persone come noi è giunto a riconoscere i pericoli di una società iper-governata. Ma ci vorrà qualcosa in più del riconoscimento del pericolo. La libertà non è condizione naturale della specie umana, è una conquista rara e meravigliosa. Occorrerà la comprensione di cos’è la libertà e da dove vengono i pericoli che la minacciano. Occorrerà agire in base a questa comprensione se il nostro intento è non solo quello di preservare le libertà che abbiamo, ma di realizzare tutto il potenziale di una società veramente libera.

Ovunque il mercato sia stato lasciato libero di operare, la gente comune è riuscita a raggiungere livelli di vita mai sognati prima. Da nessuna parte il divario tra ricchi e poveri è maggiore, da nessuna parte i ricchi diventano via via più ricchi e i poveri sempre più poveri se non in quelle società che non consentono al libero mercato di operare –  che si tratti di società feudali ove è il ceto di appartenenza a determinare la condizione sociale o di moderne economie pianificate ove a determinarla è la vicinanza al potere statale.

Da Capitalism and Freedom (1962):

Un liberale distinguerà nettamente tra uguaglianza di diritti e opportunità da un lato, e uguaglianza materiale e di risultati dall’ altro. Egli potrà essere compiaciuto dal fatto che una società libera tenda verso l’ uguaglianza materiale più di qualunque altra, ma considererà questa aspirazione come il prodotto di una società libera. […] L’egualitario arriva a questa aspirazione, ma vorrà andare ancora oltre. Difenderà misure che prendano da alcune persone per dare ad altre, non come un mezzo attraverso cui quelle persone possano raggiungere un obiettivo desiderato, ma sulla base di un concetto di “giustizia”. Arrivati a questo punto, l’uguaglianza viene in conflitto con la libertà. E’ necessario scegliere: non è possibile essere sia egualitari , in questo senso, sia liberali.

Per l’uomo libero, il Paese è l’insieme degli individui che lo compongono, non qualcosa al di sopra di essi.

Una delle maggiori obiezioni rivolte all’ economia di mercato è proprio che essa assolve il proprio compito [ protezione contro la coercizione] in maniera egregia. Dà alle persone ciò che vogliono invece di dar loro ciò che un gruppo ristretto di persone pensa dovrebbero volere.

mf