Cinquanta sfumature di blu

Con Kieślowski si rischia sempre di fare gli alternativi ad oltranza, quelli che “il cinema americano è troppo commerciale”, che si rammaricano per i danni del doppiaggio e che si sono innamorati del regista non appena hanno notano che il suo cognome si scrive con il carattere “ś”. In realtà poi i film non sono così strani, nel senso che rispettano la maggior parte delle convenzioni del cinema (e rimangono, in senso lato, dei drammi); ma paradossalmente, nella loro vicinanza al solito film drammatico, riescono ad essere molto più profondi ed intensi e quindi molto lontani.

La trama del Film Blu segue il dramma emotivo di Julie, che dopo un incidente d’auto perde il marito e la figlia. La donna dapprima cerca di alienarsi completamente dal mondo e dal suo passato, rinunciando a qualsiasi legame con gli altri, per poi ricostituire lentamente una rete di rapporti affettivi che, per mezzo di piccoli oggetti e di una faticosa riabilitazione relazionale, le permetterà (forse) di tornare a vivere con gli altri.

In un film in cui si potrebbe nuotare, come fa la protagonista nella piscina deserta, ci si concentra solo su due linee di lettura. La prima riguarda il concetto di libertà, attorno al quale ruota tutta l’opera. La libertà cercata da Julie è una libertà dai rapporti, e quindi ha poco a che fare con la libertà politica. Ma in fondo il film mette in crisi tutte le semplificazioni di questa categoria ad ogni livello, mostrando come la relazione con l’Altro sia ad un tempo drammatica e irrinunciabile, e come ogni discorso sulla libertà non possa prescindere da questa tensione. La libertà, d’accordo, non è star sopra a un albero, non è neanche avere un’opinione e non è uno spazio libero. Ma a conti fatti non è neanche partecipazione. La libertà è qualcosa che precede tutte queste definizioni, che prima di corrispondere a una di esse è qualcosa che si mette in pratica e si vive, e quindi è un concetto che richiede una continua interrogazione su se stesso. Non si è liberi se si fa quello che si vuole, né lo si è se si va a votare o se si obbedisce alle leggi ma, più in profondità, si può accettare la libertà, con il suo peso e la sua autenticità, nell’ambivalenza dei rapporti.

Il secondo spunto di riflessione riguarda le attuali possibilità del cinema drammatico, oltre che costituire una nuova puntata del discorso sulla “maiuscolezza” della “C” di “cultura” (e di “cinema”). A leggere la trama del film in poche righe, come sopra, sembra uno di quei melodrammi con Giovanna Mezzogiorno che piange e Pierfrancesco Favino su una sedia a rotelle. Dal paragone, che alla fine ci sta (perché il Film Blu è un dramma, non è qualcosa di informe o di illeggibile), tanto cinema drammatico e “impegnato” esce malconcio. Innanzitutto ci si potrebbe chiedere perché con la scusa di raccontare storie normali spesso si finisce col proporre “temi etici” assortiti e perché così raramente si vogliano fare film “intimi”, che non parlino dell’eutanasia, dell’immigrazione clandestina o del traffico di organi. Forse perché molti cineasti si sentono troppo importanti per non occuparsi di argomenti di pubblico interesse, o forse perché tante persone sono mediocri e tristi, e nella loro bruttezza preferiscono fare le fusa davanti a un film che dà loro ragione piuttosto che rifugiarsi in un “Beh dai, bel film” per nascondere al proprio interlocutore d’aver sonnecchiato sulla poltroncina. Niente di strano, sarebbero le stesse persone che comprano e leggono libri brutti così da poter dire di aver letto qualcosa o che comprano il giornale tutte le mattine o mugolano di soddisfazione quando i loro pregiudizi vengono confermati. Perché, alla fine, al giorno d’oggi leggere libri, comprare il giornale, guardare film e parlarne, si-de-ve (ma qui si sta divagando). Sarebbe anche interessante capire com’è che tanti attori strepitano e spaccano i piatti per terra e sembrano tanto grotteschi, e Juliette Binoche in questo film farà al massimo quattro espressioni e lascia a bocca aperta per l’emozione.
Chissà. In ogni caso, Kieślowski qui evita di vestire i panni sia del nichilista della domenica sia del predicatoe di questa o quella ideologia, insomma riesce ad essere – come dice Roland Barthes di Antonioni (di cui prima o poi toccherà occuparsi) – un artista né dogmatico né insignificante.

                                                                                                                                                                                                                                                 Matteo Cattaneo

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