E adesso attaccatevi al Trump!

È successo veramente: il 9 novembre Donald Trump è diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, conquistando la Casa Bianca assicurandosi 306 grandi elettori e succedendo a Barack Obama. Contro ogni previsione, il Tycoon di New York è riuscito nell’impresa; basti pensare che il New York Times dava alla rivale Clinton l’84% delle possibilità di trionfare, l’Huffington Post addirittura il 98%.

Abbiamo assistito successivamente ad una giornata di lutto “internazionale”: i discorsi di congratulazioni della maggior parte dei premier mondiali sono stati molto freddi, la borsa sarebbe dovuta crollare da un momento all’altro, la gente ha iniziato a paventare scenari da terza guerra mondiale e a definire gli Americani un popolo di ignoranti e di razzisti. Eppure quando Obama ha trionfato nel 2008 e nel 2012 prendendo i voti dei cosiddetti “ignoranti” andava tutto bene: è possibile che quindi gli Americani siano diventati razzisti dopo che il primo presidente nero della storia degli U.S.A ha avuto due mandati? Non è l’ignoranza, come molti “maestrini” cercano di spiegare, ad avere vinto, bensì è la condizione sociale che ha determinato il voto di molti swing states. trumpUn esponente dell’Ansa, commentando la vittoria del Tycoon newyorkese, descriveva così il voto dei lavoratori del Nord-Est, da sempre democratici e ora repubblicani: “da una parte c’è un candidato che parla di lavoro, di dazi per le aziende straniere, di nuovi impieghi e nuove industrie. Dall’altra una candidata che parla di guerra e dei giardini delle scuole adibiti ai bambini transgender. Non vi pare naturale che per i lavoratori gli argomenti trattati dalla Clinton non sono minimamente interessanti?”. Ma questo alla “sinistra di Capalbio” non interessa, il problema del lavoro, della sanità e dell’arrivare a fine mese non gli compete. Il razzismo e il sessismo di Trump, per i quali è stato aspramente (e spesso giustamente) condannato dall’opinione pubblica, non sono minimamente una priorità per chi rischia di perdere il lavoro a causa della globalizzazione. La campagna della Clinton non si è basata sul proporre qualcosa di nuovo, bensì sull’andare contro il candidato repubblicano. La democratica ha quindi perso sia per la povertà delle proprie proposte, sia per merito di Trump, che si è proposto come un volto nuovo, vicino ai veri bisogni degli Americani. Un uomo che parla di lavoro e di riduzione delle tasse per le imprese, non di nozze gay e di diritti per gli immigrati, come punti salienti del proprio programma elettorale.

Gli americani avevano due possibilità: eleggere il primo presidente donna della propria storia o andare contro l’establishment di finanzieri e di lobbisti da cui la Clinton era fortemente rappresentata.

Non mi sembra che Trump abbia già “scatenato una guerra” o che Wall Street sia in picchiata, come molti “maestrini” prevedevano: Dow Jones per la prima volta nella storia è salito sopra i 19mila punti, tutti gli indici principali sono alle stelle e la fiducia nei mercati è altissima. Ma attenzione, che non si dica che questi ottimi risultati dell’economia americana derivino dall’elezione del magnate newyorkese: il Corriere ci assicura che questo trionfo di Wall Street sta avvenendo “nonostante Trump”. Solo nel caso di una crisi del mercato americano dopo le elezioni sarebbe stato possibile dare la “colpa” a The Donald, ovviamente, con la felicità di “maestrini e professoroni”. Il Tycoon li sta veramente facendo impazzire, attraverso la sua imprevedibilità che ha contraddistinto la sua campagna elettorale dal primo all’ultimo minuto. Tra le ultime mosse del neo-presidente c’è la nomina di Nikki Haley, membro del Partito Repubblicano ed attuale governatore del South Carolina, ad ambasciatrice americana all’Onu. È la prima donna americana di origini indiane a ricoprire un ruolo così importante: una bella sberla rivolta a quelli che l’hanno definito più volte “maschilista e razzista”?

Il mitico Clint Eastwood, in un’intervista del 4 agosto 2016, si dice “stanco di una politica buonista”, della “pussy generation” e dei “kiss-ass”, affermando che “segretamente tutti sono stanchi di questo “politically correct”; forse il regista americano aveva capito meglio di tutti i giornalisti e dei sondaggisti che le cose stavano cambiando, e che Trump rappresentava questa forte e necessaria inversione di rotta.trump1

Per il bene degli Americani e di tutti noi, spero che Trump mantenga le promesse fatte e sia un buon Presidente, in grado di migliorare la politica interna e soprattutto quella internazionale. E a tutti i maestrini che continuano ad attaccarlo aspramente e a giudicare negativamente gli Americani per il loro voto, che appoggiano i manifestanti pagati 15$ l’ora per creare disagi nelle città, cosa ci resta da dire? Beh, carissimi/e, attaccatevi al Trump!

Giovanni Friggi

Merendine Moncalieri

Immaginate di dover andare a comprare della frutta. Ora immaginate che ogni volta dobbiate andare a comprare della frutta compaia magicamente una persona alla vostra porta, pronta ad offrirvi i vostri frutti preferiti ad un prezzo più basso di quello che trovereste in qualunque negozio della vostra città. Vi darebbe fastidio?

 

Parafrasando è questo che succede da ormai un anno all’ITIS Pininfarina, dove un ragazzo di 17 anni ogni giorno vendeva ai suoi compagni merendine a prezzi inferiori di quelli offerti dalla scuola. Questo giovane imprenditore girava per tutti i negozi della città cercando i prezzi più bassi per poi rivendere a scuola, modulando inoltre l’offerta in base a quali merendine piacevano di più ai suoi compagni.

 

Il ragazzo è stato premiato con una bocciatura ed una sanzione ancora da decidere, tutto in nome della legalità e della sicurezza dei singoli.

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Questo diciassettenne ha avuto la piccola sfortuna di essere concorrente in un mercato monopolizzato dalla burocrazia di un’istituzione nazionale, facendo semplicemente ciò che è la base di qualunque contesto di scambio che funzioni, conquistando la parte di offerta che meritava. Di qui non è ammissibile che dei giovani risparmino quotidianamente dei soldi quando la loro Scuola ha stabilito che il prezzo delle merendine debba essere più alto. Allo stesso modo non è ammissibile che un ragazzo si impegni in modi non convenzionali per avere successo a discapito di situazioni non efficienti.

 

Questo episodio è una metafora perfetta della situazione italiana, un paese in cui serve la licenza anche per tagliare l’erba del vicino per cinque euro. Siamo circondati da associazioni di categoria, albi e burocrazia varia. Siamo circondati da tanti cartelli legalizzati che uccidono la competizione nel nostro paese e con essa ogni spirito imprenditoriale od ogni volontà lavorativa.

 

Sorge spontanea una profonda riflessione: non siamo stanchi degli infiniti tempistiche burocratiche di attesa, degli innumerevoli documenti e permessi per poter mettere in piedi anche la più piccola delle nostre iniziative? Non siamo stanchi di sottostare ad un giudice che si arroga il diritto esclusivo di decidere chi può fare cosa? Secondo quale principio etico od economico se ci sono persone che sono disposte a fare affari con noi non possiamo liberamente decidere di accordarci con loro?

 

È giusto che esistano delle regole è giusto cercare di rompere le barriere di asimmetria informativa cercando di incentivare comportamenti volti alla trasparenza, ma è veramente giusto impedire ad un libero cittadino di partecipare all’economia? La risposta è semplice, anche se in questo paese non appare così scontata. La liberalizzazione dell’economia non è il demonio, è solo il modo attraverso cui diamo il potere ad ogni singolo di fare ciò che vuole, e di contribuire nei modi che più preferisce fin tanto che ci sono altri disposti a fidarsi e collaborare con lui. Peccato che in questo paese interessi solo evitare che qualcuno sia più bravo di noi.

Ancora una volta #dallapartedeglioppressi

 

Simone Pasquini

E’ colpa di…

E’ colpa

  • dei  vecchi
  • degli ubriaconi dei pub
  • dei campagnoli
  • dei cafoni
  • dei razzisti
  • dei pazzi
  • di Salvini
  • di Trump
  • di Carlo Conti
  • degli ignoranti
  • della disuguaglianza
  • del TTIP
  • dei bevitori incalliti di thè

e chi più ne ha più ne metta.

E’ certamente possibile fare finta che questo non sia un risultato in continuità con il no di Francia e Olanda alla Costituzione Europea. Ma è impossibile non riconoscere come da qualche anno il progetto europeo venga costantemente bocciato dai cittadini europei chiamati ad esprimersi. Forse è il caso di chiedersi se, dove e perchè stanno sbagliando le elitè europee, dato che aspiriamo ad esserne parte, almeno a parole. Se davvero pensate che non stiano sbagliando nulla, potete sempre divertirvi ad allungare la lista di colpe di cui sopra: magari prima o poi ci azzeccherete.

 

Nicolò Bragazza

C’Avete Trivellato i Coglioni

Mamma mia che volgarità! Ecco, proprio come una trivella vorrei girare un po’ attorno al punto prima di centrarlo, partendo con una supercazzola sul metodo: i problemi politici possono coinvolgere la sfera ideale a vari livelli, e possono pertanto essere anche concretissimi; quando ciò è vero, tanto più ideologico è l’approccio, tanto più retorica sarà la risposta.

Nel caso di questa consultazione referendaria la domanda è assai precisa, ovvero “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati gli impianti in attività nelle acque territoriali italiane, anche se i giacimenti non fossero ancora esauriti?”. Personalmente leggerei così la domanda “Ritieni che l’impatto ambientale dell’estrazione sia più grave del fermo di impianti già realizzati e funzionanti?” e, in ogni caso, la domanda non è certo “Il petrolio è giusto o sbagliato?”, sfruttare la scheda del 17 aprile per rispondere ad una domanda più ampia, sentita forse dall’amico immaginario, è banalmente fuori luogo.

Il fatto che il problema sia concretissimo non preclude diverse chiavi di lettura, ed anzi impone la conciliazione tra aspetti economici ed ambientali (e se pensate che siano due cose completamente diverse documentatevi sul concetto di esternalità e scoprirete che l’economia non è la scienza del male). La mia farneticante sensazione è, l’avrete capito, che questo referendum catalizzi il dibattito sulle fonti energetiche e che chi voti lo faccia prescindendo dal problema in questione, ma, concedetemi il francesismo, è inutile interessarsi di politica se della realtà non ve ne fotte un cazzo.

E ora veniamo ai fatti

Il referendum sulle trivelle riguarda il solo rinnovo delle concessioni agli impianti situati entro le 12 miglia dalla costa italiana. Si tratta di 92 impianti corrispondenti a 21 concessioni, la cui attività estrattiva copre circa l’1% del consumo nazionale di petrolio e il 3-4% di quello di metano. Per quanto riguarda l’attivazione di nuove piattaforme in tale zona vige il divieto dal 2006. 

L’esito positivo del referendum impedirebbe al legislatore il rinnovo delle concessioni, l’esito negativo del referendum lascerebbe inalterata la situazione – le concessioni potrebbero essere rinnovate oppure no.

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Nel 2014 la produzione di elettricità da combustibili fossili ha rappresentato il 63,5% del fabbisogno nazionale lordo, mentre il restante 36.5% è stato coperto da fonti rinnovabili. Nello stesso anno l’Italia ha importato il 71.5% dei consumi di gas naturale e il 92.9% di quelli di petrolio; principalmente da paesi ex-URSS (45% del gas e 42% del greggio), dall’Africa (35% del gas e 24% del greggio), e dal Medio Oriente (23.5% del greggio).

A gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del referendum è soprattutto la nostra Eni. La cane a sei zampe della Repubblica italiana è azionista di maggioranza in 76 dei 92 impianti, Edison ne possiede 15 e Rockhopper 1.

Gli investimenti nella zona sono in calo: dopo Petroceltic e Shell Italia anche Transunion Petroleum ha rinunciato alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione derivata dal rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità.

Le quota delle royalties versate da società petrolifere riconducibile agli impianti entro i 12 km dalle coste è di 38 milioni di euro.

Le spese certe  di ogni consultazione referendaria, escludendo i costi indiretti sostenuti dai cittadini, variano tra i 170 e i 200 milioni di euro. Per il referendum in questione la stima dei costi è 370 milioni di euro.

L’unico incidente relativo a questi impianti nella storia italiana è avvenuto al largo di Ravenna nel 1965: le conseguenze sono state 3 morti, ma nessun danno ambientale rilevante.

Degno di nota è infine lo scambio di battute tra gli allegri burloni di Greenpeace  e i plausibilmente più anziani ma comunque animosi Ottimisti e Razionali .

Inoltre un po’ argomenti semiseri e sfusi

“Attorno alle piattaforme non si riesce a pescare, quindi sono una sorta di riserva per la fauna marittima locale”

“Se il referendum per le trivellazioni prevede anche l’eliminazione di quelle terribili piattaforme che piazzano al largo gli stabilimenti balneari allora è doveroso andare a votare sì”

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“Gli incidenti dipendenti dalle piattaforme di trivellazione dipendono da moti della crosta terrestre ed errori umani, entrambi fattori piuttosto imprevedibili”

“Gli impianti sono lì da anni gli effetti negativi sul turismo, se ne hanno, li hanno già sortiti”

Un eventuale sì allontanerà ancora più gli investimenti stranieri dal nostro Paese, a prescindere dal settore

“Fermare le trivellazioni potrebbe dare un segnale forte, utile alla causa delle rinnovabili

“Se anche passasse il sì le trivellazioni nell’Adriatico proseguirebbero in Croazia, Montenegro e Grecia

Ma tra tutti gli argomenti possibili, in tutto l’universo del dialogo democratico, uno solo si merita indubbiamente il titolo dell’articolo, uno solo ci ha davvero, incredibilmente, trivellato i coglioni, e voi lo conoscete bene:

Sì Zio, ma se sei per il no devi andare a votare, non puoi startene a casa!

Ma cosa potrà mai pensare chi mette in fila dei significanti del genere? Passi magari il sentimento di umanissima rivalsa nei confronti di chi può esprimersi pur rimanendo all’Xbox, passi, un po’ meno, l’arguzia politica dello spaccare il fronte avversario in due, ma quello che più temo e ancora più spesso sento è qualcosa del tipo “Votare è giusto!” e qui davvero siamo nella sfera contenutistica del flagellante medievale.

Votare è lo strumento con cui il cittadino esercita un effetto sostanziale sul governo della cosa pubblica. Quando l’effetto desiderato è ottenibile anche tramite l’astensione ciò che resta è il mito del voto – alternativa dominata – in quanto tale, e ciò, cari amici tendenzialmente socialisti e anticlericali, è largo circa religione, e se volete pregare trovo che un crocefisso sia meglio delle urne.

La mia lettura vi è chiara fin dalla testata, non trovo una ragion d’essere a questo referendum perché si applica ad una casistica ristrettissima, riguarda un problema quasi del tutto tecnico, e difficilmente la forbice tra le due possibili alternative, a prescindere da quale riteniate più corretta, potrà superare il costo della consultazione.

Se siete arrivati addirittura qui in fondo permettetemi un ultimo spassionato consiglio: piuttosto che leggere altri articoli sulle trivelle preparatevi al 17 con degli occhiali ignoranti, pronti per il sole d’Aprile.

Nicola Rossi

Salario Minimo Al’Italiana

In questo periodo si sente parlare spesso in Italia, Europa o Stati Uniti, di giustizia sociale e condizioni di lavoro che consentano una vita “dignitosa” (qualunque cosa questo significhi).

Spesso, quindi, si discute dell’introduzione del “minimum wage”, il salario minimo, per consentire ai lavoratori a basso potere contrattuale uno stipendio “dignitoso”.

Dunque, varrebbe la pena introdurlo anche da noi in Italia? Gli Stati Uniti hanno introdotto una simile pratica molto tempo fa. Anche la Germania ha fatto altrettanto in tempi molto più recenti.

Tuttavia, per quanto felici (o no) possano essere gli esempi di chi prima ha adottato questa legge, ricordiamoci che il lavoro è una merce, come molte altre, e ha un prezzo stabilito tra chi vende e chi compra. Introdurre leggi che regolino questo prezzo è simile a introdurre leggi che regolino il prezzo della benzina, o di certi cibi, o delle case. La presunzione che i governi hanno di saper meglio del mercato quali prezzi assegnare a diversi beni ha storicamente portato a condizioni di scarsa felicità, per usare un eufemismo.

Comunque, prima di giungere a conclusioni affrettate riguardo i provvedimenti di cui avrebbe bisogno il nostro paese sarebbe meglio concentrarci su cosa sarebbe effettivamente possibile fare, evitando soprattutto di paragonare l’Italia ad altre nazioni, le cui necessità sono ben diverse.

Introdurre un salario minimo legale comporterebbe assumersi numerosi rischi e soprattutto far fronte a quello che in termini economici definiamo un trade-off: libertà contrattuale o pane per tutti? Questione di priorità.

Sappiamo da dati storici e da semplici modelli microeconomici di domanda e offerta che l’aumento del salario minimo, equivalente a un aumento del prezzo del bene Lavoro, provocherebbe un calo della domanda e quindi, necessariamente, un aumento della disoccupazione.

Ecco allora che lo Stato dovrebbe interferire ulteriormente attraverso l’utilizzo di ammortizzatori interni, per sopperire all’aumento della disoccupazione che il salario minimo causerebbe. Tuttavia, una indennità di disoccupazione eccessivamente elevata potrebbe scoraggiare i lavoratori.

Cominciamo quindi a chiederci se il gioco vale la candela, senza dimenticare che in momenti di crisi il costo del lavoro di solito si abbassa per consentire la ripresa. La nostra economia soffre di una crisi produttiva e gravarla di una “tassa” indiretta, cioè un costo, come il salario minimo potrebbe non essere la mossa giusta per aiutarla a ripartire. Ad ogni modo, in Italia le aziende che non applicano i contratti nazionali sono tenute a rispettare i minimi salariali da essi stabiliti, motivo per cui la sua introduzione rappresenterebbe un radicale cambiamento all’interno delle relazioni industriali.

L’introduzione del salario minimo potrebbe paradossalmente aumentare la concorrenza nel mercato del lavoro a sfavore dei più bisognosi e dei meno preparati, perché costringerebbe gli imprenditori a cercare disperatamente qualcuno che “valga” i soldi che lo Stato costringe a pagare. L’esperienza (discutibilmente positiva) della Germania ci insegna poi che uno degli effetti negativi più rilevanti potrebbe registrarsi sull’apprendistato e sulla formazione dei giovani.

Applicare il salario minimo dai 18 anni vorrebbe dire incentivare gli studenti ad abbandonare o rinunciare alla formazione in apprendistato e scegliere lavori non qualificati, ma che garantiscono il salario minimo, rischiando di danneggiare il loro posto futuro all’interno dell’occupazione o addirittura, in maniera quanto mai controproducente, spingerli nelle braccia del lavoro nero, in un Paese dove quest’ultimo fa da padrone in molti settori.

Tra l’altro sappiamo che, in Germania, la contrattazione collettiva ha subito numerosi aggiustamenti che l’hanno portata a virare sempre più verso una contrattazione aziendale tout court e il lavoro nero non ha ancora attecchito come in Italia. Per questo motivo, il salario minimo legale protegge i lavoratori a basso potere contrattuale, senza impattare su altri aspetti della contrattazione.

Ma nel nostro paese le cose probabilmente andrebbero in maniera diversa: il sistema politico italiano, a cui spetta prendere le decisioni sul salario legale, in assenza di forte decentramento contrattuale, potrebbe facilmente utilizzarlo in modo improprio a fini elettorali, slegandosi quindi dalle dinamiche reali del mercato del lavoro.

Per concludere, se l’obiettivo del governo è l’aumento dei salari e la rinascita dell’economia, dubitiamo che l’introduzione artificiosa di un salario minimo possa funzionare. Per prosperare le aziende hanno bisogno di costi bassi e libertà di prendersi rischi.

Con la crescita economica arriva anche, normalmente, la crescita del salario.

In serenità possiamo dire che il mercato di solito consente di raggiungere gli obiettivi che il governo si prefissa ma che è, strutturalmente, incapace di raggiungere.

Bisogna stare attenti a non lasciarsi fuorviare da esempi esterni su questo argomento: non è tutto ora ciò che luccica.

Luigi Falasconi

WES: bene ma non benissimo

Tra venerdì e domenica scorsi si è tenuto il Warwick Economic Summit, uno dei più grandi eventi di economia organizzati da studenti: tre giorni di conferenze a ritmo serrato, a cui hanno partecipato speaker e studenti da tutto il mondo, tra i quali una delegazione di Studenti Bocconiani Liberali.

Tornati a Milano, pensiamo che ci sia qualche considerazione da fare.

Il WES è frutto di un anno intero del lavoro di un vasto gruppo di studenti, che collabora a stretto contatto con l’università per creare un evento dai buoni contenuti, ma che colpisce sopratutto per lo sforzo logistico che richiede.

Al WES, infatti, partecipano circa 200 studenti esterni, che vengono accolti nell’hotel (sì, un hotel vero e proprio) del campus, dei quali gli organizzatori si prendono cura con notevole efficienza.

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Non solo l’organizzazione ha permesso che il campus sostenesse la presenza di 200 persone in più del solito, ma ha anche fornito diversi momenti di svago, tra colazioni, pause caffè e rinfreschi, fino al Ballo finale (che non è al livello del nostro Galà, ma non è stato affatto male).

Insomma, sotto l’aspetto organizzativo non ci sono critiche da fare e per noi che abbiamo partecipato è stato confortevole come essere in vacanza.

Tuttavia, l’aspetto più interessante del WES sono stati ovviamente gli interventi degli ospiti, che si sono distribuiti tra il pomeriggio e la sera di venerdì, tutto sabato e la mattina di domenica.

Abbiamo ascoltato Letta, il nostro ex primo ministro, parlare del futuro dell’euro, Jean-Francois Copè parlare delle soluzioni economiche e politiche al populismo dilagante, poi il premio Nobel Sir James Mirrlees commentare con tono molto pacato la “problematica” della crescente disuguaglianza e le sue cause, e ancora molti altri tra ricercatori ed economisti.

Gli interventi che abbiamo ascoltato erano fondamentalmente di due tipi.

I più interessanti e istruttivi erano le relazioni dei vari ricercatori che raccontavano dei loro ultimi lavori: abbiamo ascoltato degli ultimi progressi nello studio delle emozioni applicata alla teoria dei giochi, e abbiamo assistito alla presentazione di una nuova tecnica per misurare la felicità dei nostri antenati grazie ai libri che scrivevano.

Abbiamo anche ascoltato un divertentissimo intervento sulle caratteristiche che un leader deve avere in un mondo incerto come il nostro.

Gli interventi più controversi sono stati invece quelli sui problemi economici contemporanei, che a nostro parere sono stati interessanti, ma anche straordinariamente parziali e poco approfonditi.

Letta, ad esempio, ha parlato della crisi dell’euro, ma non ha accennato mezza volta all’insostenibilità del debito di molti dei paesi dell’eurozona; Copè si è lamentato del populismo, ma molto più di questo non ha fatto e non ha fornito grandi soluzioni; Dambisa Moyo, con il suo videomessaggio, ci ha lanciato un confuso segnale di pericolo in merito alla crescente disuguaglianza e alle conseguenze del cambiamento climatico; Sir Mirrlees, ugualmente, è stato deludente, a partire dall’introduzione del suo intervento, che si basava sulla famigerata ricerca Oxfam (che sfoggiava tecniche di misurazione fuorvianti e di cui si è molto discusso) sulla disuguaglianza della ricchezza.

Income inequality, social justice, accountability e climate change sono stati i temi più ricorrenti, nessuno particolarmente approfondito, nè discusso, ma tutti gettati nel mucchio delle preoccupazioni dell’establishment accademico e del suo pessimismo cosmico.

A esser sinceri, non ci aspettavamo altro.

I summit come questo (e Davos ci insegna) non sono fatti per mettere in discussione l’establishment, bensì per educare i giovani a nutrire le stesse preoccupazioni e lo stesso (giusto) senso di responsabilità dei nostri leader attuali.

Non è questa la sede per discutere del fatto che quegli stessi leader che sputano sentenze potrebbero essere i responsabili dei pericoli di cui ora ci avvertono corrucciando la fronte.

Ad ogni modo, abbiamo passato una divertentissima vacanza a Warwick e abbiamo anche imparato molto.

Per questo, consigliamo a tutti di partecipare l’anno prossimo.

Tuttavia, speriamo che in altre sedi ci sarà spazio per interrogarsi sulle opinioni più diffuse e per metterle in discussione, perchè non c’è avanzamento del pensiero senza uno sguardo critico sul mondo, in particolare in una disciplina così inquinata da interessi esterni come l’economia.

Se un’idea è abbracciata dall’establishment non è certo garanzia che sia corretta e come è stato giustamente detto al WES, sta a noi studenti interrogarci sul futuro.

Studenti Bocconiani Liberali